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“Homo sum, humani nihil a me alienum puto.”
Publio Terenzio Afro, Heautontimorumenos
(Il punitore di se stesso), II secolo a.C.

E’ un dato di fatto, i 72 morti e le centinaia di feriti in Pakistan, nonostante la presenza di numerosi bambini tra le vittime, hanno ricevuto molta meno attenzione delle 35 vittime del Belgio. Ormai è un meccanismo risaputo. Una classificazione del dolore secondo una scala gerarchica che è direttamente proporzionale alla distanza dell’evento.
Ci colpisce molto di più quello che succede nel nostro rione, nella nostra città, nella nostra regione, nel nostro Paese o in Paesi vicini che un atto terroristico o una catastrofe avvenuta in una terra remota. E se la tragedia scoppia lontano, la prima cosa che vogliamo sapere è se ci siano vittime del nostro Paese, della nostra regione, della nostra città o del nostro rione. Qualora, poi, abbiamo molto viaggiato e stretto amicizie con persone di altre nazioni, è possibile che aumenti il raggio del nostro interesse e della nostra partecipazione alla sofferenza altrui. Altrimenti, restano fatti avvenuti tra Mau Mau…, e si scannino pure tra di loro come bestie, invece di venire a rompere le scatole a casa nostra.
Le vittime dei paesi più lontani o che avvertiamo psicologicamente come distanti, ci suonano come numeri, sono un semplice dato statistico-quantitativo; quelle più vicine le percepiamo come persone in carne, sangue e ossa; anche perché sentiamo che, se è successo a loro, potrebbe toccare anche a noi e così, insieme alla commozione, scatta anche la paura (un po’ come quando si è giovani, o si è vecchi, e muore un nostro coetaneo).
Forse troviamo perfino rassicurante pensare che certe tragedie avvengono altrove e sembrano non poterci coinvolgere; quello è un altro scacchiere e loro altre pedine…

Tuttavia, pensandoci bene, ho come l’impressione che ci sia anche dell’altro. Mi sembra che i nostri sentimenti siano anche, in qualche modo, eterodiretti e prescindano dalla nostra autonomia emotiva. Insomma, sto cominciando a pensare che il fatto che si accenda o non si accenda la nostra empatia sia dovuto anche alla disinformazione o alla cattiva informazione di giornali, televisioni e siti di notizie nazionali ed internazionali. Non sto dicendo che si tratti necessariamente di una mala fede degli operatori dell’informazione, ma anche semplicemente del fatto che nei paesi più lontani e inaccessibili i mezzi di comunicazione di massa hanno più difficoltà a essere presenti e hanno a disposizione meno strumenti: meno inviati, meno cameramen, meno immagini da mostrarci per farci commuovere o indignare. E se ci pensate, c’è molta disumanità e alienazione anche in questo semplice dato di fatto.

Restare umani e continuare a pensare che nulla dell’umano ci è estraneo è una cosa veramente difficile in mezzo a questi continui bombardamenti reali e metaforici.