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(Tra i brandelli dei paesi più straziati.)

Al risveglio da sonni inquieti, accese la radio e sentì che un paio di ore prima c’era stato un terremoto nel Centro Italia. Calcolò mentalmente che l’epicentro doveva essere a meno di quattrocento chilometri dalla sua casa. Forse per questo si era svegliato così agitato e di buon’ora: era probabile che avesse avvertito nel sonno i riverberi della scossa principale che dalla radio dicevano essere del sesto grado della scala Richter.
Lui le conosceva bene quelle zone e già immaginava il disastro che avrebbe potuto causare un terremoto di quella portata tra quei vecchi palazzi.
Si lavò in fretta, ancora tutto immerso nei suoi pensieri, mise sul fuoco la macchinetta del caffè, aprì l’armadio e scelse abiti comodi che non aveva quasi mai messo. Dopo aver zuccherato il caffè direttamente nella macchinetta, lo versò in una tazzina che prese dal lavandino e lo mandò giù tutto di un sorso.

Due ore dopo era in autostrada e ascoltava attento le notizie dalla radio, interrotte di tanto in tanto dalla vocina del navigatore satellitare.
Ormai era a un centinaio di chilometri dall’epicentro.
Quando sentì che stavano arrivando i primi soccorsi, accelerò. Proprio in quel preciso momento, il navigatore gli segnalò che tra 500 metri avrebbe dovuto imboccare uno svincolo. Si spostò di scatto sulla corsia di destra e tornò a concentrarsi su quello che poteva e doveva fare.

Gli vennero in mente altri terremoti, altre catastrofi. Si irritò per la scarsa preparazione dei giornalisti radiofonici che continuavano a dare notizie approssimative e contraddittorie. E, intanto, macinava chilometri di autostrada a grande velocità, spinto da un’urgenza che ad ogni chilometro si faceva più pressante.
Man mano che avanzava, la strada si riempiva di autoambulanze, furgoni e camion dei pompieri. Sempre la stessa scena. L’aveva vista decine di volte.

Pensando di essere in ritardo, decise di non raggiungere direttamente l’epicentro. Di impeto, deviò verso la terza delle città che la radio annunciava essere tra le più colpite dal terremoto. Uscì dall’autostrada, spense il navigatore e seguì le indicazioni stradali.

Presto rivide le consuete scene di desolazione e distruzione: i tetti precipitati al suolo, le mura sfaldate come sabbia bagnata, oggetti quotidiani che affioravano tra le macerie, polvere dappertutto e uno strano e familiare silenzio che gli ricordava il volo circolare degli avvoltoi sui deserti dei film hollywoodiani.

Avanzò di un quattro o cinquecento metri tra le macerie, prese una stradina di campagna e fermò l’automobile fuori da una villetta semidistrutta.
Dopo aver controllato lo specchietto retrovisore, si precipitò fuori dall’auto e iniziò a cercare tra i calcinacci.
Scavando a mani nude, trovò un paio di orologi, un bracciale che sembrava essere d’oro, delle posate d’argento, una scatola con una carta di credito e dei documenti che avrebbe analizzato con più calma lontano dalle macerie. A mano a mano che dissotterrava qualcosa di utile, lo ripuliva sulla manica della maglia e lo gettava in un sacchetto che aveva tirato fuori dalla tasca dei pantaloni.
A pochi metri dall’auto, vide la zip di un borsone di tela nera che affiorava tra i detriti. Bel colpo: era una macchina fotografica professionale con tanto di obiettivi intercambiabili e accessori.

Si guardò intorno e buttò tutto nel baule posteriore dell’auto pronto a dirigersi verso un’altra abitazione distrutta o tra le rovine di una chiesa.