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Non interpellato da nessuno, se non dalla mia ingombrante coscienza, dico la mia sull’attentato di Barcellona e sul clima che lo circonda. Non sono esperto di nulla. Sono opinioni che mi sono formato leggendo e viaggiando. Ma anche interrogando me stesso e conversando con amci, conoscenti e persone incontrate sui mezzi pubblici e sulle reti sociali. “El fascismo se cura leyendo y el racismo se cura viajando.” (Miguel de Unamuno)

Premetto che, da agnostico, trovo aberrante l’idea di un Islam che intenda imporre i suoi principi religiosi a tutti i cittadini di un determinato Stato. Aggiungo, sempre a mo’ di premessa, che credo nei valori occidentali che discendono dall’antica Grecia e dall’illuminismo e che trovo incompatibili questi valori con l’Islam; ma credo anche che proprio in questi valori, non sufficientemente affermati e difesi nella nostra società, risieda l’antidoto al dilagare dell’irrazionalità e della follia. Abbiamo globalizzato il sopruso, la prevaricazione, l’insoddisfazione, l’ingiustizia, la violenza, i mezzi di distruzione, le strategie di attacco e il disagio, e queste sono le fottute conseguenze fatte di diffidenza, chiusura e terrore da una parte e chiusura, diffidenza e terrorismo dall’altra. Se invece avessimo provato a globalizzare la giustizia, la solidarietà, la razionalità, la tolleranza, il rispetto, lo stoicismo, la tensione alla felicità terrena e la ricerca della bellezza, avremmo di sicuro avuto davanti a noi una strada più facile e meno infelice. Insomma, non sono, come si abusa dire da un ventennio, un “buonista”. Di più. Sono un utopista. Anzi, ancora oltre, un “eu-topista” inveterato…

Ciò detto osservo che nell’Unione Europea ci sono circa 16 milioni di musulmani. Se non fosse esigua come è la percentuale di islamici integralisti, di attentati come quelli di questi giorni ne avremmo avuti a centinaia, e sarebbero stati di certo più mortiferi e devastanti di quello che già sono o di quanto ci appaiano.
La maggior parte degli integralisti islamici che turbano i nostri sogni e rendono inquiete le nostre distrazioni di massa sono ragazzini o giovani che non frequentavano le moschee né studiavano il Corano. Quasi tutti avevano uno stile di vita del tutto simile a quello di un emarginato dei quartieri più desolati delle nostre periferie e, prima di radicalizzarsi (ma spesso anche dopo), non rappresentavano per niente il modello ideale del musulmano probo, fedele e ligio alla norma. Per farla breve, è assai probabile che molti di questi eroici martiri della fede, in uno Stato islamico, prima di poter compiere uno dei loro gesti estremi, sarebbero finiti con le mani mozze o la testa tagliata.
Le cronache ci raccontano che, dopo un’esistenza fatta di droga, sesso e hip hop, molti di questi aspiranti attentatori hanno cominciato a dare una perversa svolta al vuoto della loro vita imbattendosi (sul web, più che nelle moschee) nella propaganda jihadista. E questa martellante propaganda (realizzata mutuando lo stile dei video musicali, delle videoclip pubblicitarie e dei videogame occidentali) ha avuto su di loro effetti euforizzanti simili a quelli che la mitizzazione gomorristica della camorra ha sui ragazzi delle periferie del napoletano; con l’aggravante, non di poco conto, determinata dal fatto che gli sceicchi e i califfi di Al Qaeda (prima) e dell’ISIS (ora) hanno messo a disposizione delle nuove generazioni di terroristi-fai-da-te una serie di tutorial pubblicati sul “deep web” che mostrano come fare più danni possibili anche non disponendo di armi convenzionali (trovo, tra l’altro, che l’uso perverso di automobili, furgoni e furgoncini lanciati sulla folla inerme ci dica qualcosa anche sull’insostenibilità di tanti mezzi di trasporto che ingombrano e deturpano le nostre città; ma questa è un’altra storia).

Insomma, dobbiamo davvero considerare questa anticrociata di ragazzini scalmanati il nostro pericolo numero uno? C’è veramente il rischio che questo sia il primo passo verso l’islamizzazione dell’Occidente? O non ci troviamo di fronte a una disperata e micidiale ricerca di senso da parte di giovani emarginati e disperati?

In verità, con tutta la pena e il rispetto che ho per le vittime dei loro assurdi attentati, ritengo che sia più probabile che io o un mio caro muoia ammazzato, anche per sbaglio, da un camorrista locale che da un terrorista di provenienza esterna.
E qui mi scatta un’altra analogia (difettosa come ogni analogia) tra la criminalità organizzata napoletana e la jihad islamica.
Se, in quanto napoletano, vengo identificato con la camorra, mi offendo e mi incazzo; tanto più se si soggiunge che è anche colpa del mio silenzio il fatto che a Napoli imperversino tante forme di criminalità organizzate. Mi spiego. In linea teorica, il mio ipotetico accusatore potrebbe anche avere le sue buone ragioni: la parte sana della società dovrebbe fare terra bruciata, scendere in piazza e denunciare uno ad uno questi criminali…; ma, in pratica… in pratica è tutta un’altra cosa. La camorra militante non ce lo ha scritto in faccia i delitti che commette. E nemmeno gli integralisti islamici vanno in giro a raccontare agli islamici non radicalizzati che stanno preparando un attentato nel quale, peraltro, potrebbe trovarsi coinvolto anche un loro amico, un loro parente o un conoscente. Aggiungo incidentalmente che, a limite, nella mia terra, quello che puoi fare è sottrarti alla piccola cultura camorristica quotidiana, quella che è radicata in tutta Italia ed è fatta di piccoli soprusi e file saltate… Ma sto di nuovo tergiversando. Torniamo ai piccoli jihadisti d’Occidente.

A mio modo di vedere, quelli che commettono questi attentati sono giovani figli di immigrati che vivono ai margini della collettività, in bilico tra due culture, ma estranei ad entrambe; dei disadattati delusi dalle promesse non mantenute dalla nostra società e, al tempo stesso, incapaci di conformarsi con lo spirito conciliatorio dei padri. In loro la religione viene recepita nella sua forma più esasperata ed estrema e fa scatenare tutta una sequela di conflitti interiori cui la jihad sembra offrire una soluzione definitiva e radicale; fino a indurli alla scelta estrema di lanciarsi con un camioncino o immolarsi carichi di esplosivo nei luoghi deputati del benessere e del divertimento di massa degli infedeli. Una forma di suicidio-omicidio che funziona anche come espiazione per i propri peccati legati all’aver abbracciato la way of life occidentale.

Dalle mie parti si direbbe che si tratta di persone “c’a guerra ‘ncapa”, il che, secondo l’immaginifico dialetto napoletano, non vuol dire che ci troviamo al cospetto di individui che considerino la guerra come un chiodo fisso, ma piuttosto di poveracci che vivono in una situazione di scissione schizofrenica e di permanente labilità socio-psichica che può fare del male a loro stessi e, soprattutto, a coloro che si imbattano sulla loro strada.

Che Allah, Dio, Jeho-wah e, soprattutto, le forze di polizia ci scansino e liberino da questi tipi qua e dalla furia dei loro furgoni!
Almeno fino a quando non riusciremo a offrire loro un’alternativa più attraente di quella di farsi scoppiare in una zona affollata per conquistarsi un paradiso ultraterreno e liberarsi dal peso di vivere quaggiù, nel mondo pieno di promesse non mantenute del benessere occidentale.

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