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Ora che è trascorso qualche giorno, provo a fare un resoconto delle tre serate del Mediterraneo Reading Festival viste da dentro. Quest’anno mi onoro di essere il vicepresidente della neonata associazione che cura il festival; un’associazione che, come dice il nostro presidente Mimmo Giuliano, si propone di creare un terreno culturale fertile per dare vita a momenti di arte e di sperimentazione sui linguaggi, in modo tale che le giornate estive di spettacoli, incontri ed esibizioni debbano diventare il culmine di una ricerca artistica destinata a durare per tutto l’anno.

Sono stati tre giorni molto belli ed intensi che hanno avuto un precedente nella presentazione del Festival fatta la settimana prima con l’incontro con Angelo Petrella e la lettura di tre vibranti poesie di Lina Sanniti accompagnate al piano da Filippo Piccirillo.

Giornate intense, dicevo, che hanno tenuto fede al nostro obiettivo di realizzare incontri di musiche e parole che partano dalla provincia a nord di Napoli per affacciarsi sul Mediterraneo e sul mondo. Il nostro vuole essere un festival aperto all’intimismo, alla convivialità, alla riflessione, alla gioia di vivere, alla sperimentazione ed alla commistione dei generi in un clima di confronto e di partecipazione, mettendo in scena esibizioni delle arti “più disparate e disperate”.

Il primo giorno si è aperto alla grande con il cantautore Antonio Del Gaudio che ci ha presentato tre brani di teatro e musica (due accompagnati al piano) che trasudavano dolore, disperazione ed autoironia. Il primo, recitato in duetto con una voce fuori scena, è stato un confronto acceso e imbarazzante con una madre ingombrante come una mamma del sud o una “yddish mame“. Il secondo, un stralunato canto di corteggiamento. Il terzo un dialogo di un bambino con il padre, incentrato sul quesito filosofico e surreale “Cosa c’è dietro il mare?“. Il tutto con un sottofondo pianistico sapientemente suddiviso tra la voce del padre accompagnata dalla mano sinistra sulla tastiera e quella del figlio dalla destra.

Antionio Del Gaudio

Le canzoni sghembe di Del Gaudio mostrano un dominio della composizione musicale che mi fa pensare a quegli acrobati che camminano sul filo travestiti da pagliacci e fingono di non essere in grado di arrivare all’altro capo della fune. Ma poi ci arrivano tra mille piccole acrobazie che mostrano una perizia mascherata da goffaggine.

La sua performance è stata apprezzata anche da Mariella Nava, che qualche minuto dopo ha emozionato il pubblico che affollava il suggestivo chiostro del centro sociale di Frattamaggiore con la sua musica e le sue parole.
La celebre cantante e autrice era accompagnata da un chitarrista ed un bassista (in qualche caso si è servita anche di qualche base o ha lasciato le tastiere per una tammorra) ed ha alternato le canzoni con interessanti aneddoti sui suoi esordi, sulla sua carriera, i suoi incontri artistici, i big della canzone italiana che hanno interpretato le sue composizioni (tra gli altri, Gianni Morandi, Edoardo De Crescenzo, Renato Zero…) e i modi svariati in cui possono nascere brani popolari come “Questi figli”, “Come mi vuoi”, “Spalle al muro”, “Notte americana” e “Così è la vita”…
La Nava ha anche accompagnato al piano la lettura di due poesie: ‘O mare, di Marco Junior Dentale, e Io non ho paura, di Florin Valentin, lette dagli autori che sono ospiti delle strutture riabilitative psichiatriche Spartaco/Gladiatore di Sant’Antimo e Tifata di San Prisco.

La seconda serata è stata introdotta dal giovane chitarrista Gian Piero Bencivenga che ha interpretato con gusto e padronanza un arrangiamento di Fausto Mesolella della “Pavane” di Grabriel Fauré.
Fausto Mesolella è una presenza che aleggerà sempre sul nostro Festival. Ci aveva deliziato, nella prima edizione, con le note della sua chitarra in un concerto trascinante e solitario. Alla seconda lo abbiamo celebrato con un brano suonato da Jennà, Mirko, Tricarico e Vittorio Remino. Ed ora è tornato con la materia della sua musica attraverso questa rilettura della Pavane

Subito dopo, è stata la volta dell’inedito incontro dei Letti Sfatti con un quintetto di ottoni diretto dal Maestro trombonista “Tonino” Domenico Brasiello, accompagnato da Vincenzo Leurini (tromba), Francesco Amoroso (tromba), Luca Martigliano (corno), Alexandre Cerdà (tuba).
In totale, otto musicisti in scena, sapientemente alternati in varie formazioni che hanno dato al concerto un andamento eclettico e variegato in cui si sono susseguiti:
– brani in solo di Jennà Romano
– duetti con Mirko Del Gaudio (suo sodale di sempre), alla batteria
– duetti con Pasquale Di Resta, alle chitarre (Pasquale è diventato da poco il terzo elemento del gruppo. In questi pomeriggi ho avuto modo di fare molte chiacchierate con lui. È una bella persona con una profonda conoscenza musicale e mi auguro che possa suonare a lungo con Mirko e con Jennà)
– trii in formazione rock o pop
– brani arricchiti dagli ottoni del Neapolis Quintet Brass Ensamble.

La contaminazione è il leit-motiv di un festival che ha come prima parola della sua denominazione il Mediterraneo, un mare che unisce, separa e si riempie di cadaveri. In questo incontro abbiamo assistito a una produttiva e liquida miscela tra il repertorio dei Letti Sfatti e gli stilemi del quintetto classico di ottoni, in tutte le sue declinazioni, anche quelle che si fondono con il jazz o con la musica da banda.

Il concerto si è aperto con un’interpretazione per sola chitarra e voce di “Tu no”, dolente canzone d’amore di Piero Ciampi, il poeta maledetto livornese che è una sorta di nume tutelare e spirito guida dei Letti Sfatti (oltre ad aver vinto nel 2009 un premio a lui dedicato, nel 2012 Jennà e Mirko hanno anche dedicato a Ciampi un intero album arricchito da una splendida foto di copertina di Salvatore di Vilio. Peraltro, Ciampi era stato già evocato in questo festival nell’intro della troppo breve performance di Antonio Del Gaudio).

Foto di Di Vilio (cover Letti Sfatti)

A partire dal secondo, dal terzo e dal quarto brano in scaletta, “Zollette di stelle”, “Lei balla il mambo” e “Palmiro”, i suoni si sono via via andati arricchendo di nuovi elementi che hanno dato nuova vita a brani già di per sé avvolgenti e ben costruiti. E precipitiamo subito nel mondo dei Letti Sfatti fatto di storie d’amore mal corrisposto, malessere esistenziale e personaggi di periferia in un Paese che cambia lasciando indietro gli ultimi.

“Io sono quello
che non ha mai
avuto un ombrello
e quando piove d’amore
non si sa riparare…”

“Il suo nome è Palmiro,
Ma non lo ha scelto lui.
Suo padre era comunista
E ora è solo di sinistra.
Il suo nome è Palmiro,
Come un marchio sbiadito…”

Di seguito, i rimpianti di “La fiamma di una candela” si fanno più struggenti grazie agli interventi musicali di Pasquale di Resta che comincia a farci sentire un primo assaggio della sua chitarra elettrica suonata con l’archetto.

Il quinto brano, che è tra quelli che sono riuscito a videoregistrare quasi integralmente, ci permette di ascoltare il bel lavoro di arrangiamento dei fiati fatto da Brasiello. Si tratta di “Quello che ho di te”. Ascoltate quanto è bello il “bridge“.

Di seguito, è stata la volta della versione tradotta in napoletano dai Letti Sfatti del capolavoro di Piero Ciampi (rieccolo qua) “Il Vino”. Purtroppo, riesco a farvi sentire solo la coda del brano. Ma credo che sia sufficiente per farvi apprezzare l’arrangiamento vagamente dixieland dei fiati e il drumming deciso e sicuro di Mirko. Un’atmosfera ubriaca che ci lascia in bilico tra Ciampi, Totonno ‘e Quagliarella e il Tom Waits di The piano has been drinking (not me) o di Swordfishtrombones e di Bone Machine.

Tra gli applausi, Mirko e il quintetto si allontanano per lasciare sul palco Jennà e Pasquale che interpretano questa struggente versione di “Casandrino”, una canzone dedicata a un ragazzo che emigra nel degrado della provincia e perde la sua partita con la vita. Trovo molto suggestivi i suoni che Pasquale tira fuori dalla sua chitarra con quell’archetto che gli permette note lunghe come quelle di un violoncello. Ascoltate.

Con “Dietro quelle porte” si cambia atmosfera tornando all’energia percussiva di Mirko che ci regala anche un trascinante e coinvolgente assolo di batteria.
Ugualmente prezioso il suo lavoro che funziona come il clic di un metronomo per il brano seguente, in cui tornano a suonare tutti e otto gli elementi di questo concerto dei “Letti Sfatti allargati”.
Il brano è “Comincio a credere che”, di cui vi faccio sentire la bellissima coda con una tessitura armonica dei fiati che ho sentito varie volte nelle prove e che nella mia testa è diventata una specie di sigla del concerto.

L’ultimo brano prima del bis è una canzone dedicata a questa Italia qua che, guarda un po’, si intitola “La troia”.

Lungo applauso alla troia e poi il bis, che si apre con un brano dedicato a “Pantani”, che mette in dialogo il “Bartali” vincente di Paolo Conte con il destino sfortunato del “pirata”.

Segue una bellissima versione di “Stella di mare” di Lucio Dalla.
Jennà forse non lo sa (o forse glielo ho già detto, non mi ricordo), ma io lo ho cominciato ad apprezzare proprio ascoltando la sua versione percussiva di questo brano suonato da solo al bouzouki. Questa è un’altra versione da brivido che si avvale dell’apporto di Mirko e Pasquale.

L’ultimo brano del concerto è una ripresa di “Zollette di stelle” che potete ascoltare qua…

Insomma, se sabato non siete venuti, avete fatto male.

E avete fatto male anche se non siete venuti domenica, quando c’era il concerto-spettacolo di Massimo Masiello “Gli amici se ne vanno”, dedicato alle “note ineguali di Umberto Bindi”. Si tratta di una sorta di biopic teatrale scritto da Gianmarco Cesario e Antonio Mocciola e dedicato alla vita sfortunata e dolente di questo grande proto-cantautore genovese, condannato all’ostracismo dopo che fu rivelata la sua omosessualità. Molto convincente l’interpretazione di Masiello che si avvale anche di buone qualità vocali messe in risalto dagli arrangiamenti minimali ed essenziali di Jennà Romano.

E con questo spettacolo contundente e scomodo il festival è finito, gli amici se ne vanno…

Arrivederci alla prossima edizione
e grazie a tutti quelli che hanno dato una mano
o un pezzo del loro grande cuore.

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