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Ieri, oltre alla 229esima ricorrenza dalla presa della Bastiglia, era il 97esimo anniversario della proclamazione della condanna a morte di Sacco e Vanzetti e il 122esimo anniversario della nascita del militante anarchico spagnolo Buenaventura Durruti.
Due facce opposte e complementari del movimento anarchico.

Stante alle ultime parole rilasciate ai giudici da Bartolomeo Vanzetti nel 9 aprile del 1927,* i due lavoratori italiani giustiziati negli Stati Uniti sono un esempio di anarchismo nonviolento, almeno quanto il rivoluzionario spagnolo lo era di un insurrezionalismo armato e militante.**
Un po’ come le linea armata e il diritto all’autodifesa proclamato da Malcom X contro la linea pacifista e nonviolenta propugnata da Martin Luther King per affermare negli anni ’60 i diritti civili della popolazione nera statunitense.

Beninteso, qualunque anarchico vuole l’abolizione della violenza e della sopraffazione dell’uomo sull’uomo come fine, ma una buona parte del movimento accetta la violenza come mezzo (almeno come mezzo usato dallo schiavo per insorgere e liberarsi dalle sue catene, secondo la linea resa popolare da Enrico Malatesta che proponeva un uso della forza proporzionata alla lotta in atto, ovvero una modalità strumentale all’uscita dallo stato di sudditanza e di oppressione e finalizzata all’approdo a una società priva di ogni forma di sopraffazione dell’uomo sull’uomo).

È un problema non di poco conto che personalmente mi sono posto fin da quando, a 18 anni, mi rifiutai di attenermi a un modello allora invalso tra gli obiettori di coscienza per chiedere il servizio civile alternativo a quello militare.***
Nel modello si dichiarava una cosa tipo: “sono obiettore di coscienza perché sono assolutamente contrario all’uso delle armi”. Io, da malatestiano, sostenni che “ero contrario all’uso delle armi imposto da un’entità esterna alla mia coscienza per la risoluzione di conflitti che non mi riguardavano” (sottindentendo, così, la possibilità di un uso personale delle armi per fini estranei a quelli eterodiretti da uno Stato in cui non credevo, fosse pure andarsene in un poligono a mirare a un bersaglio di legno). E la cosa mi creò anche dei problemi.

Oggi, probabilmente, mi sento più vicino al principio dell’assoluta contrarietà all’uso delle armi, ma un paliatone all’oppressore di turno glielo farei volentieri.

Da “Totò e i re di Roma“, film del 1951 diretto da Mario Moniceli e Steno.

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NOTE:

* Bartolomeo Vanzetti, ultime parole rivolte al giudice Thayer, al pubblico ministero Katzmann e a tutta la giuria il 9 aprile del 1927, pochi mesi prima di finire sulla sedia elettrica insieme con Nicola Sacco:

“[…] Non soltanto sono innocente di questi due delitti, non soltanto in tutta la mia vita non ho rubato né ucciso né versato una goccia di sangue, ma ho combattuto anzi tutta la vita, da quando ho avuto l’età della ragione, per eliminare il delitto dalla terra.
[… Né] è stato provato che io abbia mai rubato né ucciso né versato una goccia di sangue in tutta la mia vita; non soltanto ho lottato strenuamente contro ogni delitto, ma ho rifiutato io stesso i beni e le glorie della vita, i vantaggi di una buona posizione, perché considero ingiusto lo sfruttamento dell’uomo. Ho rifiutato di mettermi negli affari perché comprendo che essi sono una speculazione ai danni degli altri: non credo che questo sia giusto e perciò mi rifiuto di farlo.
Vorrei dire, dunque, che non soltanto sono innocente di tutte le accuse che mi sono state mosse, […] non soltanto ho combattuto tutta la vita per eliminare i delitti, i crimini che la legge ufficiale e la morale ufficiale condannano, ma anche il delitto che la morale ufficiale e la legge ufficiale ammettono e santificano: lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo. E se c’è una ragione per cui io sono qui imputato, se c’è una ragione per cui potete condannarmi in pochi minuti, ebbene, la ragione è questa e nessun’altra.
[…] Siamo stati processati in un periodo che è già passato alla storia. Intendo, con questo, un tempo dominato dall’isterismo, dal risentimento e dall’odio contro il popolo delle nostre origini, contro gli stranieri, contro i radicali, e mi sembra — anzi, sono sicuro — che tanto lei che mister Katzmann abbiate fatto tutto ciò che era in vostro potere per eccitare le passioni dei giurati, i pregiudizi dei giurati contro di noi.
[…] Ma la giuria ci aveva odiati fin dal primo momento perché eravamo contro la guerra. La giuria non si rendeva conto che c’è della differenza tra un uomo che è contro la guerra perché ritiene che la guerra sia ingiusta, perché non odia alcun popolo, perché è un cosmopolita, e un uomo invece che è contro la guerra perché è in favore dei nemici, e che perciò si comporta da spia, e commette dei reati nel paese in cui vive allo scopo di favorire i paesi nemici. Noi non siamo uomini di questo genere. Katzmann lo sa molto bene. Katzmann sa che siamo contro la guerra perché non crediamo negli scopi per cui si proclama che la guerra va fatta. Noi crediamo che la guerra sia ingiusta e ne siamo sempre più convinti dopo dieci anni che scontiamo — giorno per giorno — le conseguenze e i risultati dell’ultimo conflitto. Noi siamo più convinti di prima che la guerra sia ingiusta, e siamo contro di essa ancor più di prima. Io sarei contento di essere condannato al patibolo, se potessi dire all’umanità: «State in guardia. Tutto ciò che vi hanno detto, tutto ciò che vi hanno promesso era una menzogna, era un’illusione, era un inganno, era una frode, era un delitto. Vi hanno promesso la libertà. Dov’è la libertà?
Vi hanno promesso la prosperità. Dov’è la prosperità? Dal giorno in cui sono entrato a Charlestown, sfortunatamente la popolazione del carcere è raddoppiata di numero. Dov’è l’elevazione morale che la guerra avrebbe dato al mondo? Dov’è il progresso spirituale che avremmo raggiunto in seguito alla guerra? Dov’è la sicurezza di vita, la sicurezza delle cose che possediamo per le nostre necessità? Dov’è il rispetto per la vita umana? Dove sono il rispetto e l’ammirazione per la dignità e la bontà della natura umana? Mai come oggi, prima della guerra, si sono avuti tanti delitti, tanta corruzione, tanta degenerazione.
[…] Questo è ciò che volevo dire. Non augurerei a un cane o a un serpente, alla piú miserevole e sfortunata creatura della terra, ciò che ho avuto a soffrire per colpe che non ho commesso. Ma la mia convinzione è un’altra: che ho sofferto per colpe che ho effettivamente commesso. Sto soffrendo perché sono un radicale, e in effetti io sono un radicale; ho sofferto perché sono un italiano, e in effetti io sono un italiano; ho sofferto di piú per la mia famiglia e per i miei cari che per me stesso; ma sono tanto convinto di essere nel giusto che se voi aveste il potere di ammazzarmi due volte, e per due volte io potessi rinascere, vivrei di nuovo per fare esattamente ciò che ho fatto finora.
Ho finito. Grazie.

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** Bisogna, tuttavia, aggiungere che vari studi mostrano Sacco e Vanzetti come due militanti anarchici integrati nei gruppi armati attivi negli anni ’20 negli Stati Uniti. Si veda, per esempio, questo articolo:

http://www.umanitanova.org/2015/03/25/ribelli-in-paradiso-sacco-vanzetti-e-il-movimento-anarchico-negli-stati-unit/

Ma questo nulla toglie al contenuto pacifista dell’arringa qui sopra riportata e degna del finale del “Monsieur Verdoux” di Chaplin (1947).

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*** Ovviamente gli anarchici duri e puri preferivano il carcere piuttosto che sottostare al compromesso di espletare un servizio civile alternativo al servizio militare, ma la durezza e, soprattutto, la purezza non hanno mai fatto al mio caso. Ho sempre preferito un margine di dubbio alle certezze assolute e ai dogmi imposti da autorità indiscutibili. Credo che questo mi preservi da ogni forma di terrorismo e di imposizione del proprio punto di vista sugli altri.

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