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Dopo sette giorni e sette notti il Maestro avvicinò le dita alla fiamma e spense l’ultima candela, senza aspettare che si esaurisse il tratto residuo di cera che dava luce a quell’anfratto oscuro.
Un fremito di freddo mi percorse la schiena. Nella grotta era calata la più assoluta delle oscurità.

– Maestro, perché hai spento la fiamma prima che spuntasse l’alba del nostro ultimo giorno di esclusione dal mondo?

Un lungo silenzio seguì la domanda del più giovane di noi.
Il ragazzo aveva incarnato i dubbi di tutti i seguaci, ma nessuno osò aggiungere nulla alle sue parole. La grotta era così pervasa dal nostro silenzio che mi pareva di poter distinguere il respiro di ciascuno di noi ed il battito del mio cuore.

D’improvviso, il Maestro tirò un lungo sospiro e disse:

– Nel buio spariscono le ombre e le idee prendono luce.

Chiusi gli occhi e me ne stetti immobile ad aspettare per ore ed ore, fino a che un raggio di sole non trovò uno spiraglio tra i massi liberandomi dal supplizio dell’attesa.

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All’imbrunire, mentre passeggiavamo lungo il fiume, confessai che dentro me non aveva preso luce un bel nulla; l’unica illuminazione che ricordavo in sette giorni erano le fiamme fioche dei ceri che facevano trepidare i nostri volti e le pieghe delle tuniche. Insomma, anche quell’ultima notte di buio assoluto, per quanto mi fossi sforzato, ero restato all’oscuro di tutto, attendendo invano la mia illuminazione fino all’alba del nuovo giorno.

– Accidenti, quante parole… Era quella la tua luce!

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Al calare della notte restai sveglio a guardare il cielo.
La luna sembrava la fiamma di una candela e sentivo che le fremeva dentro la luce del nuovo giorno.

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