Tag

,

Roberto Gatto l’ho visto per la prima volta agli inizi degli anni ’80 con Maurizio Giammarco al Circo Massimo di Roma. Era il primo festival di jazz cui partecipavo in vita mia e cominciai alla grande con lui, Ornette Coleman, Chick Corea, Gary Burton e il mio compaesano Gegé Munari, tutti nello stesso spazio a pochi giorni di distanza. Bei ricordi. Avevamo un posto per dormire a Casalotti, in periferia di Roma, ma siccome si faceva tardi dormivamo fuori alla stazione ripassando la musica e le emozioni vissute al Circo (a dire il vero, io dormivo, ma i miei amici mi svegliavano ogni due e tre perché erano passati a farci visita, in ordine sparso, un barbone tedesco, qualche accattone locale, una prostituta, uno spacciatore di non so che, un pazzo che si dichiarava l’ottavo re di Roma e millanta altri nottambuli di passaggio).

Daniele Sepe lo ascolto e lo seguo dalla seconda metà dello stesso decennio degli ’80, fin dai vinili di “Malamusica” e “Plays standards and more”. Erano i tempi dell’università e lo vedevamo spesso al Riot, al Velvet, da Intramoenia e in altri locali fighetti di Napoli. Po’ isso s’è fatto gruosso, ma è rimasto sempe curioso, frisco, perspicace e ricercatamente antipatico come ai primi tempi.

Gatto e Sepe sono due musicisti che attraversano il jazz da dentro, da fuori e dalla periferia, e strada facendo acchiappano nel meglio della musica che gira intorno. Nei dischi di Roberto Gatto si va dagli standard jazz a composizioni originali, colonne sonore, brani a passo di tango, riletture di canzoni rock, passioni jazzrock e perfino canzoni napoletane (ricordo una meravigliosa “Te voglio bene assai” cantata da un Servillo di quelli nell’album “#7”).
Daniele Sepe è perfino più onnivoro. Acchiappa ‘a tutte parte con un gusto speciale per macinare il meglio, da Miles Davis a Hermeto Pascoal, da Víctor Jara a Frank Zappa, da Zawinul a Milton Nascimento o a Luigi Tenco.
Entrambi, poi, hanno una lunga esperienza come turnisti nella migliore e peggiore musica di consumo nazionale…
Insomma, questi due si dovevano solo incontrare, per regalare al pubblico concerti scoppiettanti, eclettici, godibili e ben suonati come quello di ieri sera, alla chiusura estiva del Pomigliano Jazz Festival. Si sono accoppiati sotto la sigla “Cronosisma” rubata a Kurt Vonnegut e, accompagnati da Tommy De Paola al piano e al rhodes e Pierpaolo Ranieri al basso, hanno deciso di mettere in scena un terremoto temporale che sballotta il pubblico avanti e indietro nel tempo e nello spazio.

Comunque, bando alle ciance e alle fanfole, se ieri non siete venuti a Pomigliano, vi siete persi, nell’ordine:

– “Ya Mustafá” (brano multilingue del compositore egiziano Mohammed Fawzi reso popolare agli inizi degli anni ’60 da Bob Azzam; ma io questo, purtroppo, non l’ho sentito, perché s’è fatto tardi pe’ truva’ parcheggio)
– “Palladium”(composizione di Wayne Shorter risalente all’album del 1977 “Heavy Weather” dei Weather Report, una dichiaratissima passione comune di Gatto e Sepe)
– “Mademoiselle Mabry” (brano di Miles Davis che Sepe ci spiega essere dedicato a una signorina che Miles condivideva con Jimi Hendrix)
– “Nunca más” (di Gato Barbieri, con cui Gatto ha suonato e Sepe avrebbe voluto suonare)
– poi c’è stato un brano di “world jazz music” basato sul giro di basso di “Birdland” (il più popolare pezzone dei Weather Report) nel quale Sepe ha suonato una specie di miniclarinetto tirando fuori suoni simil-duduk e simil-ciaramella
– “La manfredina” (un bel pezzo di musica medievale che il maestro napoletano aveva già registrato in “Kronomakia”, con l’Ensemble Micrologus e i Rote Jazz Fraktion)
– una struggente ninna nanna svedese risalente ai tempi in cui nei dischi e nei concerti di Sepe cantava Auli Kokko
– “Rebulico” del grande Hermeto Pascoal (mito brasiliano di Daniele)
– “Young and fine” di Joe Zawinul (mito austroungarico di Roberto, Daniele, Tommy De Paola e, immagino, pure di Pierpaolo Ranieri)
– “Range fellon”, cantata da Andrea Tartaglia che è venuto dalla ciurma di Capitan Capitone (multiprogetto di Sepe realizzato con decine di altri artisti di area napoletana) a risvegliare il pubblico meno abituato ai suoni della musica sincopata. Tartaglia, dopo aver subito i teatrali sfottò del maestro, ha intervallato il brano con un opportuno “Get up, Stand up” di bobmarleyana memoria
– Per concludere, un graffiante “Rugido do leão” di Piero Piccioni, che faceva da colonna sonora al più apertamente politico film di Alberto Sordi: “Finché c’è guerra, c’è speranza”. Una metafora di questo concerto: produrre opere godibili, fruibili, ma non spensierate e fuori dal mondo. Il sogno di una canzone che faccia addormentare i bambini e risvegliare gli adulti.

Get Up, Stand Up, stand up for your right!
Get Up, Stand Up, don’t give up the fight!

Annunci