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Ho l’impressione che scriviamo e continuiamo a scrivere e a lasciare segni della nostra presenza in vita sulla pagina infinita di Facebook per sconfiggere la nostra solitudine e la solitudine degli altri.
Scriviamo per cercare partecipazione al vuoto delle nostre esistenze, per denunciare quello che ci fa male e per condividere quello che ci produce gioia o piacere.
Scriviamo per soddisfare intime necessità di comunicazione e di comunione col mondo.
Scriviamo e spargiamo in giro foto e immagini di noi stessi per provare che c’è ancora vita fuori di qui.
Scriviamo per mostrare agli altri e a noi stessi che esistiamo e, scrivendo, cerchiamo una riprova della nostra esistenza nel numero dei pollici eretti che riceviamo. Ogni pollice fa aumentare le nostre sacche di energia; come quei tragici videogiochi in cui, una volta finite le riserve, eri morto e potevi solo cominciare un altro post, un’altra partita. E partivi, ad ogni giro, di nuovo da zero.

Perché tante volte la rete intrappola le nostre parole e lascia che il ragno fagociti i nostri pensieri senza alcun segno di interesse o attenzione nei nostri riguardi.
Tante volte ci rendiamo conto di essere delle isole legate dallo stesso mare che ci separa, e finiamo per sentirci più soli e inascoltati, dopo che abbiamo lasciato tra le righe del web una traccia in forma di sussurro o di grido.
Tante volte abbiamo l’impressione che tra le maglie di questa rete la distrazione regni sovrana e che tutti quei pollici eretti che riempiono le bacheche altrui abbiano poco o nessun senso (i nostri pollici, sì, quelli sì che sono sensatissimi e meritati, ma quelli degli altri, che senso hanno e quale insulso valore…?).

E intanto Zuckerberg e i suoi epigoni raccolgono i nostri dati e ne fanno mercato. Perché a loro questo interessa. Loro vogliono che noi continuiamo a cliccare, scorrere dati altrui e lasciare sulla strada i nostri dati come molliche di Pollicino, per venire a scovarci fin dentro lo nostre tane e venderci i loro prodotti e le loro illusioni. Vogliono che noi continuiamo a essere distratti e disinformati e fanno in modo che siamo sempre pronti all’acquisto; prevedono i nostri movimenti come se fossimo cavie di un mega-esperimento skinneriano. “Se metto qui questo video, il topo ci cliccherà sopra, e poi giocherà a questo giochino e lo condividerà coi suoi compagni, e ogni topo che lo condividerà ci lascerà inconsapevolmente i suoi dati; e attraverso i loro dati noi identificheremo il loro profilo e i loro gusti e sapremo quali sono i loro desideri per proporre a ognuno di loro di comprarseli online, e loro, i topi, li compreranno, certo che li compreranno, senza scendere di casa e mischiarsi coi profumi e gli afrori del mondo…; basterà solo un altro paio di clic e il prodotto gli arriverà fin dentro le loro tane, fin dentro le loro stanze.”

Insomma, a me pare che in fondo e in superficie il Faccialibro riunisca in sé varie istanze dalla parte dei Grandi Venditori che lo governano e una serie di motivazioni, apparentemente incongruenti allo scopo, dalla parte della sterminata massa di clienti che affollano le sue pagine. Motivazioni che sono spesso comuni allo scrivere tout court: l’esigenza di comunicare con se stessi, il desiderio di scrivere a una moltitudine, la necessità di sentirsi esistenti e perfino vivi attraverso la lettura, la scrittura e la rappresentazione di se stessi… Ma, alla fine dei conti, quella che instauriamo qua dentro e qua sopra è tutta una comunicazione illusoria che crea dipendenza e può perfino distrarci dalla realtà. Alla fine dei conti, quello che instauriamo qua sopra e qua dentro è solo un simulacro, ma un simulacro che continua a sembrarci migliore di un silenzio senza vie di uscita o soluzioni a portata di mano, o di clic.