Tag

,

Relativamente a quello che è diventato oggi il mondo del mercato discografico (uno spazietto di nicchia per ascoltatori impenitenti) e considerando che fondamentalmente si tratta di un album di jazz, “The cat with the hat“, l’ultimo lavoro di Daniele Sepe, sta avendo un meritato successo di vendite; ma non si tratta del suo prodotto discografico migliore.
O forse sono io che ero troppo carico di aspettative tenendo in considerazione i grandi musicisti che ci avrebbero suonato (cito solo i tre non-napoletani più celebri: Roberto Gatto, Stefano Bollani e Hamid Drake) e pensando ai riferimenti a Gato Barbieri (cui l’album è dedicato) ed all’annuncio che ci sarebbero state delle reinterpretazioni del mio tango preferito di sempre,”Naranjo en Flor”, e di uno dei brani totem di Charlie Haden, “Song for Che“.

Invece, mi pare di stare di fronte a un bel progetto in bilico tra il jazz di “A Note Spiegate” e le reinterpretazioni della tradizione contenute in “Te lo ricordi Víctor Jara?“, “Vite Perdite“, “Spiritus Mundi” ed in altri capi d’opera dell’eclettico maestro napoletano (quando si parla di lui parlare di eclettismo o di “zappismo” è diventato d’obbligo tra i recensori, e non voglio esimermene nemmeno io); ma il progetto non decolla, pur presentando punte di altissimo livello.

Daniele Sepe - Cover dell'album in vinile

L’apertura del disco con “La Partida” di Víctor Jara è folgorante ed è un segno di quello che avrebbe potuto essere questo disco. Si parte con la tradizione (il charango di Roberto Trenca e la quena di Roberto Lagoa), ma presto irrompe il suono lacerante del sax tenore e sembra davvero di risentire i graffi sinuosi e insinuanti di Gato Barbieri. Davvero bello. Ed è piaciuto anche alla piccola che ripeteva ad ogni irruzione del sassofono: “Mi piace questo risveglio”.
Però poi arriva una versione troppo quadrata e un po’ confusa di “Song for Che” che non sta al passo con quanto avevamo sentito con la Liberation Music Orchestra, con Ornette Coleman o con successive e più raccolte interpretazioni di Charlie Haden (mi verrebbe da dire che il free non si improvvisa).
E si va avanti così, tra vette interpretative (come “Canzone appassiunata“, “Los ejes de mi carreta” e gli incipit di “Nunca más” e “Io non canterò alla luna“) e cadute di tono e di tensione interpretativa e narrativa. In più di un caso, mi pare di stare di fronte a brani che nulla tolgono e poco aggiungono agli originali. Ma io volevo di più, anche perché “l’eclettico” ad altro ci aveva abituato (anche se lui, personalmente, invecchia meravigliosamente e suona sempre meglio; di certo gli hanno giovato le tournée con Bollani e con Gatto ed il confronto a tu per tu sul palco con fiatisti del calibro di Nico Gori).

Ma perché far cantare alla voce esile di Roberto Lagoa un brano che era stato magistralmente interpretato dalla voce potente e irraggiungibile di Roberto “El Polaco” Goyeneche? Io ne avrei fatto uno strumentale. Anche perché la voce graffiata e straziante e i “rubato” del Polacco erano quanto di più vicino si possa immaginare al sax di Gato Barbieri. E io questo mi ero immaginato, e con simili pregiudizi mi sono avvicinato a questo disco che mi sento comunque di consigliarvi vivamente. (Però poi sentitevi pure il resto della discografia di Sepe, “Capitan Capitone” included!)