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Un poeta è un uomo che si salva dal suicidio per l’urgenza di raccontarlo. Idem una poet(ess)a, credo.
Una poet(ess)a è una donna che ha trovato un modo per gridare, sussurrando dove fa male. Idem un poeta mi pare.
Un poeta e una poet(ess)a mettono insieme parole che si fanno suoni da recitare al chiavo di luna o fuori i cancelli di una fabbrica.
Una poet(ess)a e un poeta cercano un mondo che non c’è ma potrebbe esserci e, cercandolo, scovano verità che non avevano mai immaginato di cercare.
I poeti e le poet(ess)e infilano una dopo l’altra parole precise e necessarie, che fanno risvegliare gli adulti e addormentare i bambini.
Le poet(ess)e e i poeti creano suoni in cerca di amanti.

(Che poi, questo della poeta o della poetessa è un annoso problema nominalistico che si pone anche in altre lingue, almeno in quelle che maggiormente maneggio e mastico – l’inglese, lo spagnolo e il portoghese.
In Spagna, in particolare, è stato un gruppo di femministe del secolo scorso a rifiutare il termine “poetisa“, in quanto troppo identificato con le sfaccendate donnine della borghesia otto-novecentesca che usavano riempire i loro frequenti momenti di ozio con la composizione di rime sentimentali, banali e sdolcinate. Come se non ci fossero (stati) anche poeti maschi altrettanto ridicoli, languidi e svenevoli; i poetessi e le poetesse della domenica tra i quali, modestamente, mi annovero.
Detto questo, a me risulta più agevole pensare a una donna che compone versi come a una poetessa che come una poeta. Ma capisco le donne che vogliono farsi chiamare poete e capirei anche se volessero tenere per sé il termine “poeta” e lasciare agli uomini un ipotetico neologismo maschile che si potrebbe comodamente coniare come “poeto“. Al plurale il problema non si pone. Tutti poete e poeti sono. E a mare le poetesse e i loro corrispettivi! Quelli che pur non essendo mossi dalle necessità e dalle urgenze, continuano a scrivere testi con insistiti a capo e poi si avvicinano ai tendaggi del salotto e si portano una mano alla testa con la palma rivolta al pubblico seduto di fronte alla loro immaginaria quarta parte.)