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Piacemi pensare che il primo rimatore
fu un omino sordo o un suo imitatore
che tu gli facevi: “C’è posto qui a fianco?”
E lui ribatteva: “No, no, non conosco Franco”.
“Mi dica per favore se mi posso sedere…”
“Mica sono cacchi miei se ha rosso il sedere!”
Parbleu, le chiedevo solo se è libera la sedia.”
“Ma che mi importa a me se una vipera l’assedia?”
E tu, ancor più disperato:
“Insomma, c’è o non c’è un posto qui?”
E lui, sempre più alterato:
“Chee-e!? Falla a casa tua la pipì!”…

Fino all’infinito si potrebbe continuare,
ma nel finito intanto mi fermo a pensare
come siano dalla sordità scaturite
le prime rime nell’aldiquà concepite.
Il che spiega l’oscurità e l’incongruenza
che di tanta poesia son forma ed essenza,
giacché ricercando l’uguale fonè
si perde il senso, il senno e il cos’è.

Indi per cui la quale il concetto
è mezzo del poeta, mezzo della rima,
come dicea Leo in su la vetta dell’antica cima
e come ripeto io quaggiù
cercando affetto e stima
per quanto ho detto ora e vieppiù
per quanto ho detto prima
rivolto a questi magnifici spettatori
cui eviterò altri papielli e romori
poiché mi starò cheto, muto e zitto
come sta un killer dopo un delitto.


Ne’ versi rimati, per quanto la rima paia spontanea, e sia lungi dal parere stiracchiata, possiamo dire per esperienza di chi compone, che il concetto è mezzo del poeta, mezzo della rima, e talvolta un terzo di quello, e due di questa, talvolta tutto della sola rima. Ma ben pochi son quelli che appartengono interamente al solo poeta, quantunque non paiano stentati, anzi nati dalla cosa”.

Leopardi, “Zibaldone