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Discorso di presentazione a uno spettacolo di danza popolare andalusa e gitana de las hermanas Miriam y Sara Costanzo

Señoras y señores:

Mi metto su un piedistallo ed esordisco instaurando un parallelo tra me, seduto qui tra voi, e nientepopodimeno che Federico García Lorca, in piedi, nel 1933, in una sala di Buenos Aires.
In quella conferenza del tutto simile a questa Lorca sosteneva che si annoiava ad assistere a conferenze simili a questa; gli veniva voglia di aria e di sole e temeva che da un momento all’altro sarebbe arrivato “il terribile moscone della noia che infilza tutte le teste con un tenue filo di sonno e mette negli occhi degli ascoltatori sparuti gruppi di punte di spillo.” (García Lorca, “Gioco e teoria del duende”).

Lorca, Juego y teoría del duende (cubierta)
In parole povere, come il buon Federico, mi impegno a non farvi troppo la palla e a dire cose non del tutto banali. Ma più di questo non posso fare.
Comincerò, infatti, nel più noioso dei modi, leggendo quello che ho scritto un po’ in fretta qualche ora fa senza avere né il tempo di prepararmi a dirvi tutto a braccio né la possibilità di sintetizzare ulteriormente il mio intervento.


Ci sono musiche che hanno un impatto immediato sull’ascoltatore.
Appena le senti ti viene voglia di muovere il piede ed alzare il culo dalla sedia per ballare.
Ci sono canti che ti sconvolgono, ti fanno piangere, ti fanno ridere, pescano tra i tuoi ricordi. Non importa in che lingua li stiano cantando…, parlano proprio a te e di te.

Il flamenco fa parte di questa vasta e ristretta categoria di danze, musiche e canti che toccano corde sensibili di tutti gli ascoltatori. Non è un caso il fatto che si balli, si ascolti, si suoni e “si parli” flamenco dappertutto, dalla Russia al Giappone, dal Marocco alla Lapponia.


Suppongo che tutti vi siate ritrovati qualche volta a canticchiare “Djobí Djobá” o a entusiasmarvi per una pubblicità che mostrava il corpo nudo e danzante di Joaquín Cortés o a battere le mani al ritmo di una rumba gitana in un locale di Barcellona o in un villaggio turistico di Pescopagano.
Joaquín Cortés, semidio seminudo
Insomma, conta poco che siate persone favorevoli all’integrazione tra i popoli o razzisti inveterati. Il flamenco, comunque, non vi è estraneo.
Nemmeno se siete parte integrante dell’ampia maggioranza di italiani che non-sono-razzisti, ma-gli-zingari-però…

Ecco gli zingari… i rom, i sinti, i camminanti, i kalè residenti in Spagna da almeno sei secoli, los gitanos, i gitani, les gitanes che danzano sul pacchetto blu di una famosa marca di sigarette francesi…, è a loro che si deve l’invenzione, la diffusione ed anche la riformulazione in chiave moderna e contemporanea di questa musica e del “cante” e del “baile” che l’accompagnano.

pacchetto di Gitanes da 20

Fin dalle sue opache origini, il flamenco era espressione del popolo nomade dei romaní che durante le sue migrazioni attraversò l’Asia e l’Europa scambiando suoni, canti e passi di danza con i popoli del Medio Oriente, dei Balcani e del Mediterraneo…
E l’origine di quel popolo nomade è tanto misteriosa e opaca quanto quella del flamenco.
Probabilmente appartenevano a caste bistrattate che provenivano dal Punjab e dall’attuale Pakistan e che furono costrette al nomadismo da conflitti interni e dalla ricerca di migliori condizioni di vita. Non a caso ci sono tanti parallelismi tra la musica flamenca e quella tradizionale dei raga indiani. Anoushka, la figlia del grande Ravi Shankar, ha costruito melodie bellissime basate sui modi del flamenco fusi con le strutture musicali e gli strumenti della tradizione indiana.



In ogni caso, pare che dopo tante peripezie il popolo gitano emigrò dal Punjab all’Egitto per poi attraversare l’Europa e stabilirsi in terre meno ostili. (Quasi certamente il termine gitano viene da “
aegyptanus“, il che ha fatto anche ipotizzare una provenienza egiziana dei kalè spagnoli.)

Quello che è certo è che una parte di questo popolo in cammino si spinse fino all’estremo Occidente dell’Europa e divenne pressoché stanziale in Andalusia, territorio multietnico che restò tollerante con i gitani anche quando, nel 1492, furono espulsi dalla penisola iberica ebrei e arabi. Probabilmente, anche perché nel frattempo

los gitanos si erano cristianizzati e ancora oggi si devono loro alcune delle più caratteristiche manifestazioni della religiosità andalusa, come La Romería de la Virgen del Rocío (un pellegrinaggio che si tiene 50 giorni dopo la Semana Santa, nella provincia di Huelva).

La Romería de la Virgen del Rocío
Sento aleggiare sulle vostre teste il moscone della noia, ma mi sembrava necessario fare un po’ di storia di questo popolo senza storia. Anche perché sono convinto che una parte cospicua del fascino universale del flamenco derivi proprio dalla sintesi di elementi diversi che nel loro vagare di terra in terra questi gitanos andavano assumendo dai popoli e dalle culture musicali che incontravano nel cammino: canti bizantini e gregoriani, melismi della tradizione ebraica ed araba, strumenti asiatici e occidentali, chitarra spagnola, danze e percussioni indiane, balcaniche e magrebine…

Continue contaminazioni.

Benedetti contagi.
Musica che attraversa i confini e li annulla…

Ma veniamo alla storia più recente della musica popolare andalusa e gitana. Nella seconda metà dell’ottocento, la tradizione flamenca, inizialmente basata solo sul

baile accompagnato dal cante e dal battito delle mani (las palmas) si incontrò con una consolidata tradizione chitarristica. In questo stesso periodo si svilupparono a sud del fiume Guadalquivir tre “focolai” di evoluzione della musica flamenca, da cui nacquero tre distinte scuole stilistiche: Cadice, Jerez de la Frontera, e il barrio di Triana a Siviglia.
In seguito il flamenco cominciò a uscire dai campi gitani e a diffondersi prima nei “café chantant” e poi nei “tablaos” frequentati della borghesia spagnola e dai turisti in cerca di esotismo, passione latina e souvenir a pois bianchi, neri e rossi da incorniciare nella propria memoria.
Prende le mosse da qui la diffusione internazionale della musica di questi zingaracci andalusi. Cominciano a interessarsi al modo frigio del flamenco anche jazzisti del calibro di Charles Mingus, John Coltrane, Gil Evans, Miles Davis, Chick Corea, Michael Camilo… e a sua volta il flamenco comincia a contaminarsi con i ritmi sudamericani, in concomitanza con i flussi migratori ispanoamericani.



Insomma, la contaminazione continua al di là dell’EurAsia e produce nuovi frutti come lo splendido
Entre dos Aguas di Paco De Lucía, che nel 1975 fa sentire al mondo intero questa straordinaria rumba sospesa tra le acque dell’Atlantico e quelle del Mediterraneo, un meraviglioso palo de ida y vuelta, un flamenco di andata e ritorno.



Oggi si contano decine di “

palos”, ovvero di stili di flamenco differenziati in base alla melodia, alla tonalità, all’argomento trattato e al compás.
Il compás, a sua volta, è la sequenza ritmica che caratterizza i diversi tipi di palos. Di norma, viene “tenuto” con las palmas, le quali possono essere sorde, quindi realizzate creando un vuoto d’aria, oppure eseguite battendo le dita di una mano nella concavità dell’altra.
Alcuni palos sono accompagnati dalla chitarra, altri sono “a palo seco”, ovvero sono cantati a cappella, senza accompagnamento strumentale e con los bailaores che si accompagnano con palmas e zapateado, ovvero battiti di mani e scarpe che battono il tavolato di legno dando un ritmo ai movimenti sinuosi dei corpi (questo fa sì che i ballerini di flamenco siano sempre anche dei veri e propri percussionisti).



Ma ci sono anche palos senza accompagnamento di chitarra in cui sentiamo risuonare il suono di un martello percosso ritmicamente su un incudine. Si tratta di un tipo di

toná chiamato martinetes e nato forse come un canto di lavoro, visto che molti gitanos erano dediti alle attività di calderaio, fabbro e maniscalco ed erano pratici nell’uso dell’incudine e del martello.



Per fare un po’ di ordine nella varietà di

palos esistenti oggi, molti studiosi provano a distinguerli in due macrogruppi: quello del cante jondo (canto profondo), cui appartengono palos più antichi e malinconici che rappresentavano la condizione di emarginazione e sofferenza vissuta dai gitani, e quello del cante chico, basato su temi più leggeri, festosi e allegri.


Sara e Miriam si esibiranno in questo primo blocco in una alegrias lenta al compás di 12, un palo seco al compás di 4, un tango gitano al compás di 4 e una sevillanas in 3/4, tutti balli che attengono alla vena più gioiosa del flamenco.


Nel secondo blocco presenteranno brani di “flamenco fusion”, ovvero musica tradizionale gitana contaminata con musica strumentale e pop.
In particolare, le ammireremo in una coreografia basata sulla colonna sonora di Zorro, del compositore statunitense James Horner, e due brani dei Gipsy Kings (i monarchi del flamenco pop): ovvero lo strumentale Allegria e una versione aflamencada di My Way che nelle mani dei Re Gitani diventa A mi Manera.


Nel terzo blocco di balli avremo un saggio del fortunato incontro del flamenco con la musica classica. Ancora una contaminazione, benché cólta e accademica.
Confesso che in questo ambito le mie preferenze vanno all’opera autoctona di Manuel de Falla, ma Miriam e Sara hanno preferito lasciarci sulle aricinote note della Carmen di Bizet, un compositore francese trascinato dalla moda spagnola che imperversava tra gli artisti europei del Romanticismo.

In realtà, già nel ‘700 erano rimasti irretiti dai ritmi e dalle armonie della musica popolare andalusa autori del calibro di Domenico Scarlatti, Boccherini, Gluck e Mozart.

Ma fu soprattutto nell’800 e, segnatamente, in Russia e Francia, che esplose l’interesse della musica colta per il flamenco con autori come Debussy, Ravel, Rimsky-Korsakov, Tchaikovsky e, per l’appunto, Bizet, con la sua celebre opera ambientata a Siviglia di cui assisteremo ora a due quadri coreografici (la famosa habanera e una danza di stile aragonese). La Carmen è un’opera basata sul fuoco della passione, e sospesa tra eros e thanatos come piaceva ai romantici e come continua a piacere al pubblico di oggi. Un’opera senza mezze misure, tutta vestita di rosso e di nero.



Speriamo che nell’interpretarla

las dos hermanas Costanzo siano prese di nuovo dal “duende”, dal “munaciello”, da quel demone “misterioso che tutti avvertono e che nessun filosofo riesce a spiegare”.
Proprio nella conferenza con cui ho osato esordire, García Lorca affermava che el duende è uno spirito che viene dalla terra e “sale interiormente partendo dalla pianta dei piedi”, un fuoco sacro “trasmigrato dai misteri greci nelle ballerine di Cadice”.
Il che conferma il carattere tutto terreno del flamenco, un ballo dionisiaco che punta i piedi al suolo ed è tutto basato sul ritmo e sulla fisicità degli interpreti, tanto quanto la danza classica occidentale tende a liberare i piedi dal suolo per rendere i corpi eterei, leggeri, apollinei e svolazzanti…

Vedete questo demone in azione in un gruppo di foto de las hermanas Costanzo realizzate da Rosario D’Angelo.

Nel balletto classico i passi sono codificati e le coreografie predeterminate, nel flamenco l’improvvisazione la fa da padrona. Anche perché “per cercare il duende non v’è mappa né esercizio”.
“I grandi artisti della Spagna meridionale, gitani o flamenchi, sia che cantino, ballino o suonino, sanno che non è possibile alcuna emozione senza l’arrivo del duende”.
“Il duende non si ripete, come non si ripetono le forme del mare in burrasca.”

Insomma, godiamocele queste onde e lasciamoci trascinare dal ritmo. Il flamenco non è fatto per rilassare la mente o fare da sottofondo. Il flamenco è fatto per scuotere e agitare. La sua essenza attiene più alla trance degli sciamani e al fuoco dei tarantolati che alla meditazione degli asceti. Per quella consiglio Debussy, il silenzio e Satie.