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Ieri si è aperta la IV edizione del Mediterraneo Reading Festival, un festival di musiche e parole che parte dalla provincia a nord di Napoli per affacciarsi sul Mediterraneo e sul mondo; una manifestazione ibrida e sconfinata aperta all’intimismo, alla convivialità, alla riflessione, alla gioia di vivere ed alla sperimentazione; ma, soprattutto, uno spazio scenico senza barriere in cui si sono susseguiti in tre o quattro anni concerti di vario genere, rappresentazioni teatrali, presentazioni di romanzi e libri di poesia. Tutto nello spirito della commistione dei generi e dell’abbattimento di ogni steccato culturale, fisico e mentale.
Insomma, una manifestazione pluriculturale necessaria in un tempo che corre veloce e ignora le voci di quanti vivono senza tutele ai margini del nostro benessere, rischiando di perdere ogni possibilità di comunicazione e confronto tra le generazioni e tra gli attori sociali conviventi nei nostri territori.

Mediterraneo Reading Festival, 2019

Aggiungo che il Mediterraneo Reading Festival si regge grazie all’esclusivo contributo economico dei suoi sponsor ed è curato dall’omonima associazione di cui mi pregio di essere vicepresidente (e questo magari vi dà ragione dell’enfasi e del tono di queste mie parole). Presidente: Mimmo Giuliano, Direttore artistico: Jennà Romano. Soci fondatori: Angelica Argentiere, Luigi Costanzo, Quirino Ganzerli, Anna Iacomino, Gennaro Aversano, Vincenzo Bencivenga e Michele Cantone.

Mediterraneo Reading Festival, 2019 - sponsor e locandina

Fatte le dovute presentazioni vengo all’evento rappresentato ieri e concepito in piena sintonia con il karma contaminato del Mediterraneo Reading Festival.

Si tratta di FUORIMANO, uno spettacolo dalla forma ibrida: un reading in forma di concerto, in cui si alternano monologhi e canzoni con sprazzi di cronaca e commenti sull’attualità; uno spettacolo crudo, ironico e sferzante scritto da Peppe Lanzetta insieme con Jennà Romano dei Letti Sfatti e con Daniele Sanzone degli ‘A67 ed arricchito da incursioni dal vivo di Sandro Ruotolo, giornalista d’assalto e corsivista corrosivo e implacabile.

Sul palco ci sono tutti questi pezzi da 90, accompagnati dalla perfetta music machine formata dalle percussioni di Mirko Del Gaudio e dai cordofoni dello stesso Jennà Romano (Mirko e Jennà sono due, ma valgono una piccola orchestra).

La serata si apre con un contundente brano sulla cosiddetta terra dei fuochi letto con voce calda e chiara da Sandro Ruotolo su un tappeto di note che rievoca “Terra mia” di Pino Daniele, uno dei numi tutelari di questo spettacolo.

Sandro Ruotolo e Jennà Romano

Di seguito Ruotolo lascia il posto a Peppe Lanzetta che, con il suo tragico e moderno recitar cantando, grida una sacrosanta invettiva contro tutti quelli che insozzano le nostre terre per arricchirsi e aumentare il proprio potere (“Avita murì!”).

Peppe Lanzetta e i Letti Sfatti

Poi è la volta di Daniele Sanzone con una versione rappata del brano di Giorgio Gaber: “Io non mi sento italiano”.

[…] Mi scusi Presidente
ma questo nostro Stato
che voi rappresentate
mi sembra un po’ sfasciato.
E’ anche troppo chiaro
agli occhi della gente
che tutto è calcolato
e non funziona niente.
Sarà che gli italiani
per lunga tradizione
son troppo appassionati
di ogni discussione.
Persino in parlamento
c’è un’aria incandescente
si scannano su tutto
e poi non cambia niente.

Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.

[…] Mi scusi Presidente
lo so che non gioite
se il grido “Italia, Italia”
c’è solo alle partite.
Ma un po’ per non morire
o forse un po’ per celia
abbiam fatto l’Europa
facciamo anche l’Italia.

Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo siamo.

Daniele Sanzone ed i Letti Sfatti

Tornato sul palco, Peppe Lanzetta, forte di tutta la sua debordante fisicità, presenta il brano con cui è cominciata la sua quasi decennale collaborazione con i Letti Sfatti (concretizzata nel 2017 con la realizzazione dell’album “Non canto, non vedo, non sento”). Erano i primi anni della crisi economica internazionale ancora in atto.

‘A colpa e’ tutta de banche
Una lampa avessera ffa’…
[…] Me fa male ‘a Grecia,
Me fa male ‘a Spagna,
Me fa male l’Italia,
Me fa male l’Irlanda,
L’irlanda del Nord o del Sud?
Guaglio’, me fa male tutte l’Irlanda,
Tengo cierte Irlande tante,
Nun pozzo cammena’…

In coda, un’aforisma da manuale…

Non sempre chi si traveste da gigante riesce a reggere il peso dei suoi ornamenti.”

Dall’ironia si passa alla dolente commiserazione per il corpo martoriato di Stefano Cucchi e, in coda alle sofferte parole di Lanzetta per il giovane romano morto a seguito di un pestaggio della polizia, ascoltiamo “Ci vuole fortuna” un brano dei Letti Sfatti dedicato a Marco Pantani, un altro martire tragico dei nostri tempi.

Perché ci vuole fortuna
Anche a morire
ci vuole fortuna
Non serve volare
Ci vuole fortuna
Anche per essere un dio
ci vuole fortuna
Perché non basta la luna
In certe sere
non basta la luna
Quando gli amici
non si trovano gratis
ci vuole fortuna

Sandro Ruotolo con Jennà Romano al dulcimer

Senza interrompere la tensione emotiva creata da questa sequenza di brani, Sandro Ruotolo, accompagnato al dulcimer da Jennà, legge un suo testo sulle migrazioni. Un giusto preludio a “Mediterraneo”, canzone di Peppe, Jennà e Mirko che ha tutti i numeri per diventare una sorta di sigla del nostro festival.

Imbracciando ancora il suo bouzouki e restando sulle onde cullanti e fatali del Mediterraneo, Jennà ci fa ascoltare una sua personale rilettura di “Stella di Mare” di Lucio Dalla.

Di seguito torna Peppe Lanzetta con un altro dei suoi struggenti racconti di persone sfortunate dalla nascita: “Mi voleva la Sampadoria”, la fine tragica di un ragazzino che sognava di diventare un campione.

Dopo di lui, di nuovo Daniele Sanzone con una sua personale rilettura di “Don Raffaè”, il bellissimo brano napoletano di Fabrizio De André, scritto in collaborazione con Mauro Pagani, per la musica, e con Massimo Bubola per il testo e dedicato alla vita di un boss della camorra in un sistema carcerario sottomesso allo strapotere delle mafie.

Senza soluzione di continuità, Lanzetta canta con i Letti Sfatti la versione napoletana de “Il Vino” di Piero Ciampi (fondendola con un suo racconto dedicato a Viviani) e Ruotolo racconta la sua trentennale attività di giornalista impegnato sul fronte della criminalità, fino a questi ultimi anni in cui è costretto a muoversi con una scorta per aver fatto fino in fondo il suo dovere di cronista.
Il suo testo fa da opportuna introduzione a “‘A Camorra Song Io” di Daniele Sanzone.

‘A camorra song je ca te guardo
dinto all’uocchie, è o’ sanghe
‘e chi vene acciso pe’ scagno
e ‘i lacrime ‘e chi so chiagne

E si ‘a paura fa nuvanta
‘a dignità fa cientuttanta
tanta tanta tanta tanta
voglia ‘e cagnà voglia ‘e cagnà

‘A camorra simm nuje
ca tenimmo paura ‘e parlà
e ci guardà dinto pe’ ascì
‘a chesta mentalità

E se ‘a paura fa nuvanta
‘a dignità fa Cientuttanta
tanta tanta tanta tanta
voglia ‘e cagnà voglia ‘e cagnà

Ma Napoli è anche una mamma, come recita Peppe Lanzetta leggendo un suo racconto, ed è anche l’amore cantanto da Daniele Sanzone in una sua commovente versione napoletana di “Tuyo” (di Rodrigo Amarante), la famosa sigla di “Narcos” che qui viene sapientemente fusa con “Passione”, capolavoro della canzone napoletana di Libero Bovio, musicata da Ernesto Tagliaferri e Nicola Valente nel lontano e vicinissimo 1934.

Nel finale, Peppe Lanzetta chiude il cerchio aperto con le note di “Terra mia” rievocando Pino Daniele, che è stato suo amico e compagno di classe al Diaz (storico istituto per ragionieri di Via dei Tribunali). Lui lo chiama affettuosamente Pinotto e si capisce che la loro è stata un’amicizia autentica, ma non priva di tensioni, tra “‘nu malato ‘e core e ‘nu malato ‘e capa”. Su queste parole, i tre musicisti attaccano una trascinante versione di “Je so’ pazzo”.

Segue doveroso bis con “Don Raffaè” e prolungati applausi per una serata che non ci ha lasciato indifferenti e che ci porteremo lungamente nel cuore e nella testa.