La seconda serata dell’MRF4 (IV edizione del Mediterraneo Reading Festival) è cominciata con il regista e scenografo Raffaele Di Florio che, accompagnato dal versatile chitarrista Pasquale Di Resta, ha letto tre brani di Eduardo De Filippo, Erri De Luca e Konstantinos Kavafis intrisi di acqua del Mediterraneo. Particolarmente bella la lettura della poesia di Eduardo appoggiata sulle note di Chi tene ‘o mare di Pino Daniele.

Io quanno ‘o sento,
specialmente ‘e notte,
[…] nun è ca dico:
“‘O mare fa paura”,
ma dico:
“‘O mare sta facenno ‘o mare”.

A seguire uno straordinario concerto di
Fausta Vetere e Corrado Sfogli della Nuova Compagnia di Canto Popolare con una ospitata di Patrizio Trampetti, che era stato membro della Nuova Compagnia nel periodo d’oro che va dagli esordi della NCCP (1967-1972) ai primi anni ’80, gli anni della superficialità e dell’edonismo dilagante, gli anni del craxismo imperante e di una crisi della NCCP e di tutta la musica popolare che sarebbe durata fino al boom della cosiddetta “world music”, agli inizi degli anni ’90 (il ritorno della Nuova Compagnia con Medina, 1992, e Tzigari, 1995).

Le prove di Corrado Sfogli, Fausta Vetere e Patrizio Trampetti (NCCP)

Nella prima parte del concerto ci sono solo Corrado e Fausta a intrecciare sapientemente corde e canto in brani come la Tarantella del Gargano (dedicata al compianto Carlo d’Angiò, che ne fu il primo interprete), il capolavoro Ricciulina (magistralmente interpretato da questa solida coppia di eterni giovanotti dai capelli d’argento), La serpe a Carolina (dove Carolina, la zoccola, era l’odiata arciduchessa di origini austriache che fu regina consorte del Regno di Napoli e Sicilia in quanto moglie di Ferdinando IV), ‘A Vucchella (brano del primo ‘900 il cui testo è attribuito nientepopodimeno che a Gabriele D’Annunzio), una canzone tratta da il “Circo equestre Sgueglia” del grande Raffaele Viviani, una tammurriata di carattere “cronachistico” intitolata “Pacchianella d’Uttaiano“, un brano strumentale di Corrado Sfogli (Pausilypon), l’intramontabile “Era de Maggio” e “Capera” (canzone dal testo intimamente napoletano, ma con un accompagnamento reso con chiare inflessioni di “arte flamenco“).

Dopo questa sequenza di preziosi brani è intervenuto Patrizio Trampetti e, ascoltando a occhi chiusi la sua voce che si impastava con quella di Fausta Vetere, sembrava di essere tornati una trentina di anni indietro.
Il primo brano cantato da Trampetti è uno delle più antiche villanelle della tradizione popolare napoletana: Madonna tu mi fai lo scorrucciato.
Segue una trascinante tammurriata (quella Tammiruata alli uno… alli uno, che era uno dei brani portanti di Li sarracini adorano lu sole).

Di nuovo soli sul palco, Corrado e Fausta hanno omaggiato il loro amico Pino Daniele con una commovente versione di
Terra mia e con il sempreverde Guarracino.

Gran finale con la superclassica “
Tammiruata nera” che ha di nuovo goduto dell’intervento di Patrizio Trampetti. Versione molto gustosa e, in qualche modo, anche autoironica, intrecciata con la Scena del Rosario della Gatta Cenerentola e con sfottò tra gli artisti che oggi chiameremmo “dissing” (sottogenere della musica hip hop in cui due artisti si scambiano offese sotto forma di versi rap) e che al tempo degli antichi Greci e dei loro epigoni Romani si chiamavano giambi e fescennini (nihil novum sub sole).

Corrado, Fausta e Patrizio sono tre veri e navigati artisti che riescono a divertirsi (o a dare l’impressione che si stiano divertendo) sul palco e comunicano emozioni e sentimenti che vengono da lontano, svolgendo con perizia e sicurezza tecnica il proprio ruolo. Custodi e reinventori della tradizione.


Dopo lo spettacolo, sono andato a cena con loro tre, Jennà Romano e Pasquale Di Resta.
Oltre che grandi musicisti sono anche persone belle e gradevoli. Ma non direi neanche in presenza del mio avvocato o dello psicoanalista che non ho i pettegolezzi che sono venuti fuori dal loro vaso di Pandora di aneddoti e ricordi che attraversano mezzo secolo di musica e arte scenica del nostro Paese.

Ad maiora semper!

E sia fatta la tua volontà
comme arreto accussì annanze
piere cosce rine e panza
E mmo dicimme nu refrisco
pe’ ll’anema ‘e Nunziata

ca pure all’atu munno
sta ‘nfucata


ammén