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Frammenti di filosofia del presente.

La questione non è più tanto essere o non essere, e neanche la dicotomia avere o essere regge di fronte alla realtà virtualizzata del nostro presente (tanto eterno all’apparenza quanto effimero nella sostanza, come ogni altro presente susseguito nella storia dei fatti dell’umanità e dell’ambiente che l’uomo ha modellato e modella a misura della sua avidità e della sua volontà di potenza e di apparenza; ma mi sto anticipando, e non sta bene anticiparsi e dilungarsi tanto in una parentesi aperta all’inizio della dissertazione).

La questione, dicevo, non è più tanto essere (to be) o non essere (not to be), e neanche la dicotomia avere (to have) o essere (to be) regge di fronte al presente…, la questione ormai è, più che altro, essere (to be) o essere visti (to be seen).

Per dirlo in latinorum, il dilemma odierno si riassume nella formuletta “esse aut videri“, dove “videri” vuol dire tanto “to be seen” (essere visto) quanto “to seem / to look“, ovvero “sembrare”, “apparire”.

Non mi importa essere buono; non mi importa godermi un’alba, un tramonto o un’onda che si infrange sulla scogliera; non mi importa andare a un concerto o leggere un buon libro; non mi importa nemmeno che tu mi dica che mi ami. Mi importa apparire buono; mi importa essere visto di fronte a un’alba o a un tamonto oppure raccogliere “like” per la foto quadrata di un’onda che si infrange sulla scogliera; mi importa sembrare assorto e contento mentre ascolto una musica che nemmeno sento o mentre leggo un libro che non ho letto e non leggerò mai; mi importa che tu lo scriva su Facebook che mi ami e posti in Instagram il nostro bacio perfettamente inquadrato.
Non mi importa essere felice, quello che voglio è sembrarlo ed essere visto mentre lo sembro.

Videor, videris, visus sum, videri” è l’imperativo categorico dei nostri giorni. Perché di fronte all’isolamento autistico delle nostre vite, solo l’essere visto ci dà la certezza di essere vivi.
E, in fondo, anch’io sono quello che vedi, e se smetti di vedermi, scompaio e smetto di esistere.
Da sempre e per sempre.

Il che conferma l’esistenza dell’altro e dell’ambiente che gli fa da sfondo: l’altro c’è, sta là ed esiste, almeno per confermare che io ci sono, sono qua ed esisto. Per quanto ognuno, chiuso nel suo monitor, sembri negare ad ogni momento che esista altro al di fuori di sé; e l’altro urla, si dibatte e si dimena per farsi vedere e chiedere un like, un piccolo cuore, una lacrima, un gesto di considerazione e di commiserazione. Prima che finisca il mondo (o, almeno, prima che finisca un testo come questo che null’altro vuole che essere visto e premiato con un pollice eretto o un fottuto cuoricino; anche se lo sa che non sta bene elemosinare consenso e dilungarsi più di tanto in una parentesi chiusa in conclusione).