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– Liberiamo la terra dai fuochi in città e in ogni parte del mondo. Prima che sia troppo tardi.
– Ma che dici? Che caspita vuoi liberare? Non vedi che siamo accerchiati dal fuoco di migliaia di roghi?

[Coro]
– È troppo tardi, ormai! Brucia tutta la contea e non c’è più riparo che tenga o muro o steccato che ci protegga o difenda.
– I ponti li abbiamo abbattuti; non possiamo neanche cercare rifugio sull’altra riva del fiume; ammesso che dall’altra sponda abbiano già sedato le orde infiammate e i roghi sparsi di campo in campo, di prato in prato e di terra in terra.
– Sono mesi ormai che non sappiamo più niente di loro.
– Potrebbero anche essere tutti morti, arsi vivi o crepati in un qualche tentativo di fuga, schiantati da una trave, da una pioggia di calcinacci o da un albero divelto…
– Precipitati in un burrone o dilaniati dalla fame e dalle fiamme.
– Tutto d’un tratto, potrebbe ardere al fuoco anche il crine di cavallo che regge la spada che incombe sulla nostra testa. Non lo vedete che il ferro è incandescente…? Può piombarci addosso da un momento all’altro, oppure ora stesso.
– Sento già la puzza di bruciato e il calore che si spande dal selciato.
– Silenzio, silenzio! C’è poco da parlare e molto da fare. Anche se nessuno sa cosa.
– E ormai non ci sono più nemmeno nemici su cui addossare colpe né acqua per spegnere il fuoco e lenire le pene.
– Non facciamo in tempo ad estinguere un rogo da una parte, che qualcuno…
– O qualcosa…
– …Appicca un incendio dall’altra.
– Non c’è più speranza.
– Secondo me sono ancora loro, altro che morti.
– Ma no, non inciampiamo sempre sulle stesse pietre. I responsabili sono altrove.
– O dentro noi stessi.
– Sì, ma che parliamo a fare, ora?
– Prendete vecchi e bambini e scappiamo verso il fiume. Sono giorni che sull’altra sponda non si intravedono fuochi o nuvole di fumo.
– Portate asce, seghe, chiodi e martelli. Proveremo a ricostruire il ponte…
– A ricostruire la contea…
– A rifare il mondo!

– E inciamperemo sulle stesse pietre di prima.