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Agostino pensava che se non fosse nato in quelle palazzine occupate abusivamente quando ancora non erano state intonacate, avrebbe potuto fare una bella vita; o almeno avrebbe fatto una vita meno brutta di questa, pensava.
E invece, in mezzo a quel cemento, era scontento di tutto, Agostino: della gente piena di problemi che gli stava intorno, era scontento; delle strade sterrate e polverose che attraversava milioni di volte all’anno per entrare e uscire di casa, era scontento; dei tossici che vagavano per quelle strade con lo sguardo perso nel vuoto e una perenne richiesta di aiuto stampata in faccia, era scontento; dei cumuli di immondizia che crescevano ai bordi della strada, era scontento; della sua casa sempre piena di gente e senza un fottuto spazio per piangersi addosso in silenzio, era scontento; di sua madre, di suo padre e dei suoi fratelli sempre a caccia di soldi e in cerca di occasioni per darsi addosso e sbranarsi a vicenda, era scontento; dei suoi stramaledetti compagni di classe e dei loro scarponi all’ultima moda, era invidioso e scontento; dei muschilli che scorrazzavano in motorino senza avere nessun posto dove andare, era scontento; del prete che lo accarezzava troppo e gli dava pacche sul culo, era turbato, scocciato e scontento; del sole che abbrustoliva i corpi, rinsecchiva i prati e faceva ardere il cemento, era esausto…, esausto e scontento…

Di tutto si lamentava e di ogni cosa era insoddisfatto, Agostino. Tanto più in quella notte che era il 10 di agosto e lui non aveva mai visto il mare da vicino e il cemento tratteneva ancora il caldo del mattino e in casa c’era un’afa e una puzza di sudore che non si poteva dormire.
Per fortuna c’avevano il balcone e, caso raro, non erano ancora rientrati i fratelli più grandi, che sul balcone si facevano le canne e mo, invece, chissà dove caspita stavano a pariare e sbordellare quei quattro scapocchioni trocati. Che poi, questa sera, pure se fossero rientrati, sarebbe rimasto sul balcone con loro, Agostino; anche se avessero provato a cacciarlo via a calci in culo. Quella sarebbe stata la benedetta volta che avrebbe fumato la sua prima canna. Deciso. Ormai aveva 11 anni, Agostino, e non era più un moccioso. Finalmente avrebbe smesso di mentire a Ciro e a Tonino che erano già 2 anni che diceva loro che pure lui si faceva una cannetta ogni sera, sennò non riusciva a rilassarsi e a dormire. Ma loro mica ci credevano e, in fondo, anche Agostino aveva qualche dubbio sul fatto che Tonino e Ciro lo avessero mai fatto un tiro. Nei quartieri tutti si sparavano le pose e volevano sembrare più grandi di quello che erano e ti guardavano dall’alto in basso con i piedi piantati per terra e la testa su su fino alle nuvole…

I fratelli, intanto, non arrivavano e lui, stanco di cercarli nel buio di quei lampioni rotti, alzò gli occhi al cielo e cominciò a pensare alla luna che gli avrebbe portato fortuna e magari presto avrebbe vissuto altrove, lontano, lontanissimo da lì.

“Aspetta, aspetta, ma questo il 10 di agosto è proprio il giorno di quel fatto delle stelle che cadono e se dici sottovoce un desiderio mentre vedi la stella cadere poi quello veramente succede, che è meglio che azzeccare i numeri all’Enalotto, se vedi una stella che cade e tu fai in tempo a spremere il tuo desiderio.”
Assorto in consimili pensieri, il piccolo Agostino smise di fissare la fottuta strada in attesa del rientro dei fratelli e si mise a scrutare le stelle.
C’era un venticello fresco e finalmente si poteva un po’ respirare.
Ma dove cazzo erano finite le stelle?
“Caspita, prima ne vedevo a infinità e mo che mi servono non ne vedo neanche una. Nemmeno di quelle che non cadono. Tutto in una botta, il cielo è diventato una televisione scassata.”

Deluso e amareggiato, si mise a fissare la luna, Agostino. In fondo era una stella pure quella. Pure più grande e più bella, ‘a verita’. E la luna man mano che lui la guardava, si faceva più grande, ancora più grande, accidenti, e ancora più grande e più vicina, perfino. Ora si vedeva pure la sua ombra ai piedi di Agostino…
Ma Agostino non fece in tempo ad esprimere il suo ultimo desiderio, schiacciato da un satellite che credeva essere la più grande delle stelle, e la più bella.

Con lui finirono schiacciati pure il padre, la madre, i quattro fratelli, i tossici del quartiere, i vicini, i compagni di classe, i muschillli, il prete, Ciro, Tonino e il mondo intero.
Tutti finirono schiacciati.
(Tranne te e me che non ci abbiamo mai creduto che la luna, la luna, ci porterà fortuna. E tiriamo avanti come se niente fosse o fosse stato.)