Tag

,

Raccontavi un sacco di cazzate, mentre, bagnati fradici, ci mettevamo al sole cercando un filo di sole che potesse asciugarci.
In mezzo a quel cemento, ogni giorno era una tempesta.

Ricordo quella volta che dicesti che le scarole quando si sono stufate buttano tutto all’aria e gridano uffa, uffa.
Ecco, oggi, attaccato con due mollette su un cavo del terrazzo, potrei anch’io sbuffare, strepitare e sberciare tra pantaloni, camicie e mutande che, basta, basta, mi sono seccato.
Ma non verrà più nessuno a prendermi. Nessuno mi libererà dal filo che mi tiene attaccato, anche se qui minaccia di piovere a dirotto e tra un po’ sarò di nuovo travolto da scrosci d’acqua e raffiche di vento.
Fischia già e annuncia la bufera, ma io, appeso come resto e sto, non potrò neanche mettere le mie scarpe rotte e fare ciack ciack nelle pozzanghere di fango. Sono a pezzi, e i brandelli si stanno spandendo nell’aria. Solo un paio resteranno attaccati alle mollette. E mi toccherà ricominciare da lì. Oppure dal filo dei tuoi ricordi, che sono anche i miei. Appesi al ballatoio di questa minuta cattedrale di cazzate che è la nostra esistenza in vita.

E poteva pure finire meglio di così.
Già dura così poco. Bisognerebbe metterci più attenzione per annodare degnamente al vuoto l’ultimo capo del filo.