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Il brano di Gian Piero Alloisio portato al successo nel 1981 da Guccini nell’album “Metropolis“, l’ultimo vinile del maestrone che ho comprato e consumato.

Alloisio, invece, l’ho incrociato tanti anni fa fuori il teatro Politeama di Napoli, dove c’era un concerto di Gaber.
Una persona squisita, simpatica e dotata di fine ironia. Alloisio, intendo.

Venezia, infine, è il ricordo più intenso dei miei 18 anni, compiuti là, perdendomi tra le calli, in direzione contraria al flusso incessante dei turisti. Accompagnavo malamente alla chitarra un gruppo di sudamericani. Intorno a noi si faceva la folla sui ponti, fuori dalla stazione e in piazza San Marco. Con i soldi che raccimolavamo compravano il vino e lo condividevamo con chi ci ascoltava cantare “Mais que nada“, “Gracias a la vida” e “La Fiesta de San Benito“… Eravamo in lotta continua con le pattuglie protoleghiste dei vigili. Mangiavamo quando potevamo e dormivamo sull’asfalto di Santa Lucia. Jehová arrotondava facendo ritratti ai passanti. L’ultima stagione dei maledetti saccopelisti selvaggi che invadevano la città. Ci svegliavano alle 6 del mattino con gli idranti.

La penultima volta tornai a Venezia quattro o cinque anni dopo, di passaggio, per il concertone dei Pink Floyd che segnò la fine del turismo giovanile a Venezia. Venivo da Granada. Organizzarono un’area fuori città per chi non aveva un posto per dormire.
A quei tempi l’acqua alta tutt’al più lambiva le caviglie.

La prima volta c’ero stato con mio padre in un viaggio verso Trieste.
L’ultima volta dormivo di nuovo in un albergo e Venezia mi diede fastidio. Come bere in un bicchiere di cristallo con la paura che si frantumi nelle tue mani. E non riuscivo più a sentire il sapore buono del vino.

Poi sono arrivate le orde dei crocieristi e l’acqua altissima di questi cambiamenti climatici.
Eppure, pare che il punto più alto si sia raggiunto nel 1966. L’anno in cui venni al mondo. Piuttosto lontano da Venezia, in verità.