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Quasi una poesia ai tempi del covid-19.
Segue una postilla in cui mi atteggio a filosofo.


Le strade sono finalmente libere dalle auto.
Il traffico veicolare si è trasferito su Internet.
La rete è intasata, la navigazione sempre più complicata.
Sui nodi del web si moltiplicheranno ingorghi e imbottigliamenti.
Le nostre bestemmie si trasferiranno dal chiuso delle nostre automobili al chiuso delle nostre case.
Siamo in tanti e non siamo capaci di starcene fermi.
Abbiamo sempre qualcosa da dire. Qualcosa da fare.
La natura fa il suo corso.
Noi siamo in tanti e non sappiamo seguire il suo flusso.


Nella parte finale avevo scritto “non sappiamo immergerci nel suo flusso”, poi ho cambiato; “seguire il suo flusso” mi suonava meglio.
Ma, concettualmente, la nostra incapacità (e quando dico ‘nostra” mi riferisco alla società globalizzata sempre più fondata sulla crescita del capitale, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, la distruzione del territorio, il consumo e la progressiva – e umanamente irraggiungibile – consunzione della terra), concettualmente, dicevo, la nostra incapacità consiste nel non sentire (più) di essere Natura. Per quanto scorriamo comunque, e inesorabilmente, nel suo/nostro flusso, nel suo/nostro corso. Ma questo, probabilmente, è un altro discorso. Un altro dis-corso.
E forse è proprio la parola, questa immensa costruzione, che ci disunisce dalle cose, ci disabita da noi stessi, ci disabilita, ci disconnette e ci discosta dalla realtà. Fino alla dissipazione, fino alla dissoluzione (che sarà sempre e comunque una dissoluzione umana-troppo-umana, immagino. Perché quando l’ultimo uomo compirà il suo gesto estremo di autodistruzione, il resto della Natura resterà là, a continuare il suo flusso. Indifferentemente.)