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Una cosa è abbastanza certa, ma non sicura al cento per cento: fino a prova contraria, alla fine, moriremo tutti, stroncati o logorati dal tempo. Abbastanza certo pure che, al momento, la seconda categoria resta di gran lunga, più vasta della prima. E va bene così.

Moriamo poco a poco, un po’ alla volta, fino a quando non risuona la nostra ultima ora e moriamo per davvero. Fili spezzati. Rami divelti. Pensieri interrotti, corpi inerti e vite paralizzate e immobilizzate su quell’ultimo istante.

Qualcuno, però, era già morto prima di morire. È una cosa risaputa.
Qualcuno muore a vent’anni, oppure a trenta, ma continua a portare addosso il suo cadavere come una croce che lo accompagnerà di lì all’ora in cui esalerà l’ultimo ansimo, oppure un urlo, l’estrema parola di una frase banale o una sentenza scolpita nella memoria dei vivi fino al loro ultimo respiro.

Qualcuno, dopo essere morto a venti o trent’anni, resuscita a nuova vita una o due volte. Ma sono casi rari destinati a scivolare comunque al fondo di un crinale che non si può ripercorrere in senso contrario.

Muoiono poco a poco o schiattano all’improvviso nel pieno delle loro futili finzioni, anche quelli che, fino a prova contraria, si sentivano immortali come la polvere. Come la polvere che prende ogni cosa.

I will be immortal like dust
I will be immortal like dust
I will be immortal like dust
that takes everything

Cantavo mille anni fa.