L’hulusi è uno strumento a fiato cinese che ha una sonorità in bilico tra quella di un clarinetto e quella di un oboe (ma un’estensione molto più limitata).

È formato da tre canne di bambù inserite in una zucca.
La canna centrale ha sei buchi, le altre due possono avere solo funzione ornamentale o fungere da bordone (in pratica, come nelle launeddas, nelle gaitas o nelle zampogne, producono una nota suonata in modo continuo per buona parte o per l’intera composizione, che, però può essere bloccata occludendo il foro da cui fuoriesce aria).

Nei primi giorni del covid ne ho ordinato uno dalla Cina per una ventina di euro, ma mi è arrivato solo ora (per mesi risultava fermo ad Honk Kong, nel porto di Shenzhen).

La prima cosa che ho fatto dopo aver spacchettato è stata suonare tre volte questo brano a memoria. Poi ho messo insieme le tre (ehm!) esecuzioni a membro canino. Ne è venuta fuori questa offesa alle orecchie. 

Ora, voglio vedere se qualcuno capisce qual è il pezzo che ho storpiato per ben tre volte. Per me, fin da ragazzo, è il simbolo di un Oriente onirico e avventuroso; ma rappresenta anche la ricerca di un mondo più equo, più solidale e più giusto.