Tag

, ,

Stamattina, immerso nella lettura di un romanzo (molto bello) ambientato a Napoli ai tempi del terremoto,* mi è venuto in mente che all’epoca, per mesi, neanche noi siamo andati a scuola.

Caravaggio, "Sette opere di Misericordia"

Io frequentavo il ginnasio, a quei tempi, e la vecchia struttura che ci ospitava risultò inagibile per molti mesi.
Va be’, la mia classe dopo un po’ si organizzò e cominciò a recuperare qualche ora di lezione, ospite in uno stanzone verandato della villa di un nostro compagno di classe.
Ma la stragrande maggioranza fermò del tutto la sua attività didattica; e non c’era nemmeno il soccorso della DAD in quei favolosi anni ’80.
Poi cominciarono le lezioni nei sottoscala di palazzine antisismiche e i doppi turni con i ragazzi dell’Istituto Commerciale di Frattamaggiore (lo stesso in cui ora svolgo la mia attività di insegnante).

Insomma, per almeno un anno, le lezioni non furono per niente “regolari”; eppure per me, e credo anche per molti altri della mia generazione, quello fu un periodo molto formativo.

La scuola è indispensabile; ma non passa solo per i banchi la formazione dell’individuo.
E non mi riferisco solo all’università della strada che ho frequentato poco e con scarsi risultati.

Io avevo la fortuna di avere in casa una biblioteca sterminata, e non ho mai più letto tanto come in quei giorni.
Chi non ha, o non sa cogliere, la fortuna di avere molti libri in casa, oggi ha a disposizione (nella rete e nei canali radiotelevisivi) una fonte inesauribile di dati, opere d’arte e di ingegno, brani letterari e musicali, informazioni e notizie.
Bisognerebbe solo (si fa per dire) che acquisisse un po’ di senso critico per imparare a distinguere il grano dal loglio e trarre i frutti migliori dall’immensità di questo mare magnum costituito dai dati disponibili nel Web.

Una parte cospicua della didattica a distanza si dovrebbe dedicare a questo. Non possiamo lasciare sole le nuove generazioni di fronte a queste acque immense e infide.
Altrimenti rischiamo di trovarci al cospetto di un’altra generazione di fruitori passivi e di disseminatori acritici di bufale, fandonie e fake-news.

_________

Il romanzo che ha scatenato in me questo domino di pensieri è “Sette opere di misericordia“.

Piera Ventre, "Sette opere di Misericordia"

Lo ha pubblicato quest’anno, con Neri Pozza, la mia amica Piera Ventre, una napoletana che vive a Livorno da più di trent’anni e guarda Napoli con lo sguardo di chi ne vede tutte le imperfezioni e la traballante precarietà, ma non riesce a distaccarsene, perché distaccarsene è come perdere un pezzo di sé. Ma magari questa è solo una mia visione e Piera, in realtà, si sente del tutto avulsa da Napoli e dalla sua immobilità cimiteriale, dai suoi eterni ponteggi di tubi Innocenti e dalla sua fame atavica e insanabile.
Magari, a romanzo concluso, glielo chiedo se dentro di lei agisce con più forza la repulsione o l’impossibilità del distacco.


È un tema che sento con molta partecipazione emotiva in questi giorni in cui mi dibatto tra la voglia di buttarmi in strada e fregarmene delle direttive ministeriali e l’esigenza di rintanarmi tra le pareti protettive della mia casa e dei miei affetti.