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Gli istituti scolastici sono chiusi, ma la scuola è aperta e operativa, anche qui in Campania, dove la distanza è stata più persistente e prolungata che altrove.
La telematica, con tutti i suoi limiti e con le sue molteplici possibilità, ci è venuta in soccorso è ci ha permesso di continuare a tenere aperto un canale di comunicazione e formazione con i nostri studenti e, magari, anche a sentirci tutti meno soli.
La DAD non va né esaltata né demonizzata.
Come capita spesso in ambito formativo, dobbiamo imparare, piuttosto, a prendere dal semi-nuovo che avanza il buono che c’è e scartare quello che non funziona.

Alla luce di queste vaghe considerazioni, provo a fare un elenco (concreto) di quello che va e di quello che non va nella didattica a distanza. Mi fondo sulla mia esperienza (che risale almeno a venti anni prima della didattica nell’epoca del covid); ma chiedo anche il vostro contributo per approfondire i punti di forza e le debolezze di questa modalità di formazione digitale.

Cosa non funziona in DAD
– Qualsiasi tipo di insegnamento che preveda lo sviluppo della manualità o della psicomotricità del discente (dall’apprendimento della scrittura nella scuola dell’infanzia e in prima elementare all’approfondimento dello studio di uno strumento musicale o di uno strumento di lavoro nei livelli superiori)
– Lezioni esclusivamente trasmissive (45-60 minuti di parlato no stop)
– Interrogazioni fiume (un discente che parla da casa, magari sbirciando da un libro, mentre i suoi compagni se ne stanno per i fatti loro aspettando che il tempo passi)
– Lezioni prive di sussidi visivi (dove per sussidi visivi intendo anche la semplice condivisione di una lavagna, un evidenziatore che sottolinei le parole chiave di un testo, la visione condivisa di un’immagine significativa…)
– Lezioni prive di sussidi audio (da semplici condivisioni di un brano musicale o cantato a video opportunamente scelti nel mare magnum della rete)
– Dibattiti che non prevedano il rispetto dei turni di parola
– Piena ricezione dei bisogni emotivi dell’alunno
– Piena inclusione dei più fragili e di chi non ha dispositivi e spazi casalinghi adeguati per sostenere serenamente le attività di formazione a distanza
– Saturazione del tempo libero degli alunni con enormi quantità di assegni “a casa”, anziché privilegiare le attività sincrone, magari svolte in piccoli gruppi di condivisione.

Cosa funziona in DAD
– Lezioni che alternino diversi tipi di attività e interazione tra discenti e tra discenti e docente/i
– Possibilità immediata di mostrare contenuti tratti dalla rete
– Possibilità di creare gruppi di lavoro utilizzando strumenti di condivisione
Brainstorming attuati condividendo lo stesso documento o la stessa lavagna tra tutti i discenti o in gruppi di 4 o 5
Cacce al tesoro attuate sfruttando le risorse della  rete
– Attività di problem solving realizzate singolarmente o a piccoli gruppi
– “Circle Time” e altre forme di dibattito e discussione che prevedano l’intervento a turno di tutti i discenti
– Uso di lavagne interattive
– Possibilità di imparare facendo e acquisire maggiore competenza e consapevolezza nell’uso delle nuove tecnologie
– Presentazione di slide predisposte dal docente o dai discenti in modalità flipped classroom
– Visioni di video da commentare in forma orale o scritta
– Redazione di questionari e formulari online
– Presentazione da parte del docente della propria postazione di lavoro ed eventualmente anche del proprio spazio casalingo per rendere più “calda” la comunicazione.

Certo, resta un grande, enorme problema: con la DAD le relazioni umane vengono mediate dallo strumento digitale e finiamo per sentire la mancanza anche dele pacche sulle spalle, degli sgambetti sulle scale e delle sigarette fumate di nascosto in bagno (ma la verità è che tutta la nostra esistenza, non solo quella scolastica, sta sacrificando spazi di vita sociale e incrementando una sorta di “e-vita social” che ci sta profondamente e intrinsecamente trasformando).
Può essere triste.
Può destare in noi preoccupazioni e timori.
Ma non possiamo adagiarci sulle nostre paure e vivere di nostalgia.
Bisogna fare di necessità virtù.
Dobbiamo cercare di rendere caldo lo strumento mantenendo con i discenti un rapporto di interazione umana e, al tempo stesso, sfruttare al meglio le potenzialità del mezzo per fare in modo che questo non sia un momento di frustrazione o un lungo periodo di vuoto formativo.

Personalmente ho notato che ho molta più difficoltà a umanizzare il rapporto con la classe prima, in quanto sento di non essere ancora riuscito a instaurare con loro una autentica relazione che, inevitabilmente, si fonda anche su sguardi, intese, complicità, battute, incoraggiamenti, ramanzine che è più facile fare guardandosi negli occhi in presenza. E’ come se gli alunni delle altre classi li avessi già “agganciati” negli scorsi anni, quando la nostra attività si svolgeva tutta in aula. Con loro, ora, è più facile tenere viva a distanza una interazione che si era già innescata in presenza. Il mio problema è ora come riuscire ad instaurare un rapporto più umano e personalizzato anche con questi nuovi alunni che ho visto troppo poco da vicino.