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Lo vedevo in difficoltà.
Prima mi sfiorava la mano e mi allontanva i capelli dagli occhi. Come se non volesse perdere nemmeno per un minuto il contatto che aveva stabilito con me.
Mi ascoltava come sapeva ascoltare lui. Era facile aprirsi e affidarsi alle carezze del suo sguardo.
Ogni tanto mi interrompeva per farmi qualche domanda. Ed erano sempre le domande giuste.
Sorseggiava lentamente il suo rosso e ti diceva cose che ti aprivano mondi.
Ma all’improvviso, cominciai a sentirlo più distante.
Si era rotto qualcosa.
Più cominciavo a interessarmi io a lui, più avvertivo che stava innalzando un muro tra di noi, per andarsene lontano.

Le acque si intorbidirono non appena fui io a cominciare a fargli qualche domanda e le sue mani non attraversarono più il tavolo in cerca delle mie.
Fu come una pioggia improvvisa.

Bevve il bicchiere tutto di un sorso, abbassò lo sguardo e disse:

“Attenzione.
Sono come quelle droghe che la prima volta che le prendi dici Non mi ha fatto niente!
Poi creo una dipendenza da cui trovo io stesso difficile liberarmi.
(A volte è difficilissimo affrancarsi dall’altrui dipendenza.)
C’è poco da spiegare. Io questo sono. Per questo ora avverti questa distanza.”

Mentre pronunciava l’ultima frase mi fissò di nuovo negli occhi.
Io arrossii come un’adolescente al primo incontro.
Lui fece come se niente fosse. Si versò un altro bicchiere e continuò senza guardare più nulla. Ormai sembrava che  parlasse da solo, ad occhi chiusi:

“A volte mi sento come il mago di Oz, quello che inventa le griglie e gli schemi, quello che fa le impalcature e i circuiti per farti vivere in un mondo incantato. E, credimi, qualche volta pesa molto saperlo. E temere di sbagliare ad ogni passo, per sé e per gli altri che non conoscono i meccanismi, ma dentro quelle griglie ci sono fino al collo, intrappolati quanto te.
Sono  una persona che crea dipendenza e al tempo stesso dipende dalle persone che da lui dipendono. Sembra un fottuto gioco di parole. Ma sono così. Un dependence-alcoholic, per così dire.
Scappa via.
Non mi chiamare più.
Faccio anche percorsi di liberazione, ma ci ricado sempre.
E credo di non essere l’unico.
Magari un po’ sei così pure tu…
Ci siamo riconosciuti, forse.
Che ne so?
Forse la dipendenza altrui ci dà un senso di superiorità, o semplicemente un senso…, un senso qualsiasi. Ed è difficile  rinunciarci dentro al vuoto delle nostre vite.”

Io cercai di tranquillizzarlo. Gli dissi che non ero mai dipesa da nessuno. Neanche dai miei. Aggiunsi che non cercavo una balia, ma un amico, qualcuno con cui riempire quel vuoto…

Ma lui mi interruppe:

“L’unica soluzione è il geco.
È tutta la vita, che combino solo guai ed ogni passo mi sembra l’innesco di un’altra catastrofe. Per questo tante volte mi piace mettermi al sole del giardino e lasciare che i raggi mi ridiano un po’ di carica e una sana voglia di fare niente. Come una lucertola al sole che sta là e non esiste il mondo intorno. Ma se provi ad avvicinarti il suo occhio interiore lo avverte e scappa via scomparendo tra le foglie.”

Dietro di me, sentii il frastuono di una collezione di calici in frantumi. Mi girai a guardare. Ma non vidi niente. Doveva essere successo nell’altra sala.

Quando volsi di nuovo lo sguardo verso di lui, di fronte a me non c’era più nessuno. Era sparito. Come in un sogno.

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Da allora, non l’ho più cercato e non mi ha più cercata.
Ci penso spesso.
Ma non saprei da dove cominciare.

Forse potrei ringraziarlo.
Perché quella sera, comunque, non toccò a me pagare il conto.