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Bisogna imparare a resistere.

Né ad andarsene né a rimanere,
a resistere,
anche se di certo
ci sarà altro dolore e altro silenzio.

È l’ultima parte di una poesia di Juan Gelman intitolata “Mi Buenos Aires querido“.
La traduzione, alquanto traditrice come lo sono, sempre, anche quelle molto migliori di questa, è mia.
L’originale fa così:

Hay que aprender a resistir.

Ni a irse ni a quedarse,
a resistir,
aunque es seguro
que habrá más penas y olvido.

Mo la chiamano resilienza questa cosa qua. Io continuo a parlare di capacità di resistere alle avversità e sono poco interessato alle sfumature e alle chiacchiere sulla qualità e il livello di sopportazione alle offese della vita e alle angherie degli oppressori di ogni razza e misura.


Ma tornando ai versi di Gelman, il titolo, “Mi Buenos Aires querido“, riecheggia un celebre tango di Alfredo Le Pera e Carlos Gardel.
Non a caso, la raccolta poetica del 1962 che contiene questa poesia si chiama “Gotán” e gotán nel vesre/revés lunfardo (gergo rioplatense che si parla a Buenos Aires e a Montevideo) sta per tango.
Per i più curiosi aggiungo che le parole in vesre si ottengono semplicemente invertendo l’ordine di sequenza delle sillabe, così una cabeza diventa una zabeca; un gato, un toga; una botella, una llatebo; una pizza, una zapi; una mujer una jerma e un libro, un broli.

Va be’, sea como sea, il succo di questo breve post è che bisogna imparare a restesire. Né ad andarsene né a rimanere, a restesire

Fino alla fine del broli. Magari ridendoci sopra un po’ come in un film di Charlot. Fino all’ultimo rospire.