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(Omaggio a G.M.)

Alle dodici e venticinque di un giorno di primavera, un signore stempiato, grassoccio, con i baffi grigi e un paio di occhiali di celluloide nera, mi diede un colpetto sulla spalla e mi disse che si era imbattuto nelle mie meditazioni, mentre passeggiava per la città per ascoltare, come fossero i suoi, i pensieri di chi gli passava accanto. Ma quando gli chiesi cosa ne pensasse dei miei, non proferì parola, tese solo la mano destra facendo segno con la sinistra piegata verso la bocca che era affamato e doveva al più presto ingurgitare qualcosa.


Lo invitai volentieri a pranzare con me. Non mi piace mangiare da solo. E poi la megalomania è un tipo di disturbo mentale che mi ha sempre affascinato ed ispirato simpatia.
In ristorante, divorò un piatto di pasta e lenticchie in un paio di minuti. Io lo incalzavo di domande. Dopotutto lo avevo invitato per ricevere un po’ di compagnia, oltre che per l’istintivo interesse che mi aveva suscitato il suo racconto.
Finalmente, con un pezzo di pane stretto tra i denti, mormorò che veniva da molto lontano e che erano tre giorni che non mangiava. Questo non fu difficile crederlo. Più difficile fu considerare vere le sue storie di pesci moltiplicati e morti redivivi.


Dopo pranzo, nel vederlo ascendere al cielo, mi meravigliò la leggerezza con cui poteva volare un corpo così vecchio e rimpinzato.

Alle tredici e trentatré, un signore stempiato, grassoccio, con i baffi grigi e un paio di occhiali si sedette sul fondo bianco di una pagina vuota, e cominciò a dispiegare un pensiero che veniva da lontano e si era incuneato tra i suoi fogli senza un perché.

Alle tredici e trentaquattro mi resi conto che quel signore con i baffi e gli occhiali era identico a Giorgio. Giorgio Manganelli. E pensai che forse tutto questo voleva dire qualcosa che era il caso di trascrivere qui o altrove.