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Quei pomeriggi in cui mi atteggio a filosofo di quest* m******

Il periodo che stiamo vivendo è tra i più confusi e contraddittori che si possano immaginare. Una volta di più, la ragione sta mostrando i suoi limiti. Stanno cadendo, sono in procinto di cadere o sono già cadute tante certezze del passato. E questo non è detto che sia un male in sé.
Come è già accaduto, di fronte a tanto smarrimento e tanto scompiglio, si cercano appigli e sicurezze.
Nell’occhio del ciclone, tanti post-illuministi cercano (e immaginano di trovare) la loro comfort zone nella scienza. Nel ventre sicuro del sapere scientifico sentono di avere tutto sotto controllo e cercano risposte a tutti i loro e i nostri perché.

Va bene.
Se così vi sentite più tranquilli, va bene. Ma, per favore, non confondete le vostre posizioni fideistiche con la scienza. La scienza e la fede sono incompatibili. E la fede assoluta nella scienza mi pare la più cieca delle credenze.
Né va dimenticato che sono gli scienziati a fare la scienza e gli scienziati, alla fine dei conti, sono uomini inseriti in un sistema economico e, proprio in quanto uomini, sono anche sottoposti all’influenza del proprio carattere, del proprio umore e della propria struttura psicologica. Fra loro, come tra noi, ce ne sono di umili, di frustrati, di divorati dall’ambizione, di onesti, di disonesti, di meticolosi, di arruffoni, di falsi, di ambigui, di modesti, di arroganti, di argutissimi, di meschini, di narcisisti, di splendidi e di stronzi. E so bene che il mio elenco è chiaramente parziale e facilmente applicabile ad altre o a tutte le categorie professionali.

La scienza va avanti con la collaborazione e la cooperazione. Non con le bassezze e con le meschinità dei singoli individui, e nemmeno con la loro singolare grandezza. A mio parere, insomma, bisogna rifuggire dalla sicumera dei singoli e preferire il dubbio investigante alle certezze granitiche.
Certo non si deve essere tanto problematici da restare immobili ad ogni bivio, ma nemmeno si può andare avanti a forza di certezze dogmatiche e indiscutibili che finiscono per appiattire e mortificare la complessità del reale. Anche perché tutte le certezze indiscusse e indiscutibili rischiano di portarci tutti fuori strada.

La storia ci insegna che, prima e dopo l’introduzione del metodo sperimentale, molti progressi sono stati fatti dopo aver messo in discussione quelle che sembravano ineccepibili certezze del passato. Insomma, da quello che vedo io, la scienza va avanti anche e soprattutto a forza di dubbi e di incertezze. E tante volte anche con la spinta del caso (o della serendipità, come si usa dire da qualche decennio).

Detto questo, in un periodo problematico come quello che stiamo vivendo e subendo, mi corre l’obbligo di aggiungere che intravedo un pericolo ancora più grande della fede cieca nella scienza.
Mi riferisco al complottismo, che è un altro modo per non dare margine al dubbio ed affermare certezze mettendo insieme i fili sciolti della realtà e intrecciandoli in teoremi che finiscono per diventare una maledetta trappola dell’intelletto. Cresce il sospetto che dietro ogni fenomeno di difficile comprensione ci sia una congiura e che le cose non siano mai come ci vengono presentate nella narrazione “ufficiale” o nei bollettini dei medici e degli scienziati. Abbiamo difficoltà ad accettare la realtà con tutta la sua complessità e le sue contraddizioni e preferiamo rimetterci a letture semplificatrici che riconducono tutto a un gruppo di colpevoli, a un’occulta oligarchia di potenti burattinai, a degli invisibili nemici responsabili di tutto il male che non riusciamo ad accettare.

Due certezze cieche che confliggono calpestando i corpi morti di tante vittime innocenti: da una parte la fede in una scienza che risolve tutto e dall’altra i complotti e le dietrologie che tutto spiegano ed illuminano.

A me, lasciatemi stare, fatemi crogiolare nella certezza del dubbio.


P.s. Ma voi che ne pensate e, soprattutto, con che lettere sostituireste le sette stellette del titolo?