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Non ti è bastata più la magia.
A nulla ti è valsa la poesia.
Ora sei anche tu nella schiera
in un bel giorno di primavera.

In quanti porti ancora
a vela ammainata?
Quante notti ancora
senza una mattinata?

Tutto avvolto d’un velo oscuro,
ti piaceva scomparire
con dentro e davanti a te un muro
che non facevi scalfire.

Da quanti porti ancora
la nave è già partita?
Di quante morti ancora
sarà piena la mia vita?

Seguiranno domande
senza risposta
e chiacchiere
che nulla sapranno
dei tuoi sprazzi di gioia
e del tuo dolore.

Quanti rimpianti ancora
a vela reclinata?
Quante lacrime anche ora
sparse sulla mia strada?

Forse, se c’è un altro lato,
ritroverai tuo padre
che si lanciò nel vuoto
afferrando le mani alle esili zampe
di un colombo che non aprì le ali.

E, insieme, mio padre,
nostro zio,
la prima cugina
e tutta una schiera
di amici e parenti
che ci hanno lasciato
all’alba di un’altra
primavera.

Tra quante sorti ancora
si gioca la partita?
Di quante morti ancora
sarà fatta la mia vita?

Perché non importa
la data segnata sui calendari,
qualunque sia l’anno il giorno e l’ora
è sempre troppo presto per partire
e troppo lunga la fila
già schierata sulla scogliera

come condannati in attesa di giudizio.


The Cure, “The Holy Hour”, 1981

Achille era il più eccentrico ed inquieto della nostra inquieta ed eccentrica famiglia.
Non passava inosservato, Achille.
Negli anni ’80 fu il primo dark di Frattamaggiore. Tutto vestito di nero, con la faccia ricoperta di cerone, occhi contornati di matita, lunghi capelli corvini da medusa e unghia smaltate di nero.
Con la sua bella figura alta e dritta, le mani lunghe e affusolate, lo sguardo intenso da miope senza occhiali, non sarebbe passato inosservato neanche ‘cu ‘nu jeans e ‘na maglietta, in verità.
Aveva sei o sette anni meno di me, Achille. Da ragazzo mi faceva leggere terzine scritte in una lingua antica e misteriosa e mi parlava di magia e riti gotici.

Una trentina di estati fa non tornò da un viaggio in Calabria. Non tornò a settembre, a scuola iniziata, non tornò in autunno, non tornò per Natale né per Pasqua. Ogni tanto telefonava e diceva che stava bene, ma cosa facesse nessuno lo sapeva, e tutta la sua vita sembrava ammantata in uno spesso velo di mistero.
Finché, attraverso una serie di investigazioni che non sto qui a raccontare, venimmo a sapere che Achille si trovava a Cirò, sulla costa ionica.
Andammo zio Gennaro e io in spedizione persuasiva: Achille non aveva ancora 17 anni, ed in famiglia ci sembrava opportuno che concludesse almeno i suoi studi liceali.
Scoprimmo che Achille in Calabria faceva il mago, ed aveva uno studio, diciamo così, ben avviato; era diventato uno di quelli che ti ipnotizzano col pendolino, ti leggono la vita in una palla di vetro e ti tengono legati al filo delle loro parole. Mi spiegò che una professionista della magia lo aveva notato, aveva avvertito i suoi poteri e l’aveva avviato sul cammino del paranormale.
Non fu facile convincerlo a venire a prendersi il diploma a Napoli. In realtà, per un po’ fu lui a cercare di convincere me che anch’io c’avevo un certo carisma, un’aura, un sesto senso e non so che. Insomma per poco non aprimmo una ditta Vergara, cugini magici.
Il diploma alla fine lo prese, Achille, ma continuò ancora per un paio di anni ad esercitare la professione occulta.


Poi se ne andò a studiare filosofia a Milano. A un dato momento, si stancò e si trasferì a Dublino, poi a Londra, dove ha fatto mille mestieri (ma meno di quanto ne abbia fatto il padre), poi rientrò qua, dove la sua vita si è conclusa troppo presto e senza magia.

Riposi in pace, ora.