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Ho saputo solo ora che il covid si è portato via, ben 6 mesi fa, una delle personalità artistiche che ho più ammirato nella mia vita.
È morto a Parigi, a novembre del 2020, Fernando Ezequiel Solanas, detto Pino.
Era nato a Buenos Aires nel 1936 ed è stato un grande regista, sceneggiatore e autore di canzoni, oltre che un instancabile attivista politico impegnato nella difesa degli ultimi e in lotta contro il liberismo, la corruzione, le privatizzazioni selvagge e i potentati di ogni origine e provenienza.

Sapevo che negli ultimi anni era tornato a Parigi come ambasciatore argentino dell’Unesco, dopo esserci vissuto in esilio tra il ’76 e l’83; ma non sapevo che a Parigi fosse anche morto.
Ripercorrendo all’indietro il calendario, mi rendo conto che mi ero fatto mandare dalla Francia la sua filmografia completa in DVD giusto qualche mese prima che lui finisse allettato in un ospedale francese.

Subito mi sono tornati in mente i miei vent’anni e lo stordimento e l’esaltazione che provammo io e i miei compagni uscendo dal cinema Astra di Napoli dove vedemmo Tangos, el Exilio de Gardel, il primo film di una trilogia che si sarebbe chiusa con El Viaje nel 1992 (e, in mezzo, il bellissimo Sur dell’88). Tre film in cui si alternano realtà, sogno, satira e tanta musica ed hanno un prolungamento ideale in La Nube, diffuso nelle sale nel 1998.

Solanas, da allora, per me è un mito; sfuggente, contraddittorio e difficile da raccontare e da mettere a fuoco come tutti i miti.

Era un uomo pieno di sfumature e interessi, Solanas. Il suo primo cinema fu un cinema di guerrilla, girato clandestinamente e clandestinamente rappresentato in tanti Paesi dell’America Latina oppressi da dittature e democrature.

Nel ’68 girò con Octavio Getono “La hora de los hornos” un documentario di 4 ore e mezzo presentato per la prima volta a Pesaro e poi proiettato (contro legge) dai sindacati e dai gruppi di base argentini per favorire la riflessione, il dibattito e la mobilitazione contro la dittatura.

Da allora, la sua filmografia è sempre stata inquadrata nella categoria del cinema di impegno; ma sarebbe riduttivo ricondurre tutta la sua arte nei confini di queste coordinate.
Il suo era un cinema che incideva sulle emozioni e agiva profondamente sulle coscienze, aiutando a riflettere sulla condizione umana e sui rapporti di forza locali e globali.

Lo dico sulla mia pelle.
I suoi film mi hanno fortemente aiutato ad ampliare la mia esperienza ed hanno arricchito la mia visione del mondo, oltre al fatto che hanno contribuito ad acuire la mia nostalgia per un’Argentina in cui non ho mai messo piede. In questo senso, sì, il suo era  un cinema profondamente politico. Un cinema capace di rendere gli spettatori più liberi, autonomi e consapevoli, ed anche un po’ più argentini e rioplatensi.
(Senza aver visto i suoi film – e senza aver letto Borges, Cortázar, Puig, Gelman, Benedetti e Galeano – non mi sarebbe mai venuto in mente di mettere in scena, più di quindici anni fa, uno spettacolo come Alma tanguera, in cui il tango lo parlavo senza accennare ad alcun passo di danza.)

Mutatis mutandis, direi che Tangos, El Exilio de Gardel e Sur sono stati per il tango quello che Carosello Napoletano e Passione hanno rappresentato per la canzone napoletana, o quello che tanti film di Carlos Saura, come Bodas de Sangre e Carmen Story, hanno significato per la diffusione e la mitizzazione del flamenco.

Ma per me, dal punto di vista narrativo ed emotivo e per la capacità di fondere la musica nel narrato, l’opera di Solanas era una spanna più su. I film della trilogia avevano un sostrato culturale e un sapiente dosaggio della dinamica musicale che li rendevano unici nella loro capacità di bilanciare le intensità e le gradazioni delle emozioni e mettere insieme i fili della storia argentina tra dittatura, esilio ed esperienze avanzate di partecipazione politica e culturale.

Poi, l’uomo Solanas si era anche messo in gioco nella politica attiva, ma questo è un altro e tangente discorso.

Nel ’91, dopo aver aspramente criticato il Presidente Menem, fu gambizzato. La narrazione epica della vita di Pino Solanas segna da quel momento l’inizio della sua militanza nell’ambito della democrazia rappresentativa: dal 1993 al 2019 fu eletto tre volte deputato e una volta senatore. Nel 2007 fu anche candidato alla presidenza della Repubblica Argentina con un programma elettorale incentrato sul rispetto per l’ambiente, sulla nazionalizzazione dei giacimenti argentini e sul reinvestimento delle risorse minerarie per evitare ogni forma di privatizzazione dei servizi pubblici e ridistribuire le ricchezze del Paese.
Un grande sogno che riassumeva nella formula “Proyecto Sur“.

Ora, ormai, restano solo in noi i suoi sogni.

Quanto a me, oltre ai suoi film, conservo i suoi dischi che inneggiano a Violencia y liberación e quelli delle colonne sonore in cui si mettono insieme Gardel, Piazzolla, Néstor Marconi, Goyeneche, Egberto Gismonti e Fito Páez (oltre a canzoni scritte dal lui medesimo). Politica e romanticismo, riflessioni metacimetografiche, teatro e azione, esilio, solitudine, sete di giustizia.

https://youtu.be/sW4ZIx6fceA

E poi conservo come una reliquia tutta spiegazzata anche  la locandina del film che me lo fece conoscere in quel lontano e vicinissimo 1985 (locandina che ho stirato, fotografato e “restaurato” per illustrare questo post).

Ma soprattutto conservo il ricordo delle emozioni e dei discorsi debordanti di ammirazione che seguivano la visione di ognuno dei suoi film e documentari.


In appendice, aggiungo qualche link per chi volesse approfondire la conoscenza di Pino Solanas senza muovere il culo dalla sedia:

– Le quattro ore del cine-documentario clandestino d’esordio La hora de los hornos (1968)

– La versione italiana completa di Tangos, l’esilio di Gardel

– E poi, la versione originale in lingua spagnola di Sur (1988)

– Tante sue canzoni da lui composte e tratte dalla sua tanguedia che vi invito a cercarvi in rete da soli, come “Hijos del exilio“, “Solo“, “Milonga del Tartamudo” e “Vuelvo al Sur“, quest’ultima scritta a quattro mani con Astor Piazzolla e interpretata dall’immenso Roberto Goyeneche e poi ripresa da cantanti e musicisti del calibro di Mercedes Sosa, Caetano Veloso, i Gotan Project, Teresa Salgueiro, Richard Galliano, Javier Girotto e Peppe Servillo (magari cercatevi pure le versioni in italiano di Eugenio Bennato e di Fiorella Mannoia).

Un brano del repertorio di Solanas, però, c’è lo voglio far sentire già qua. È una delle più belle canzoni sulla solitudine e sull’esilio ed ha un testo struggente dal quale ho rubato a piene mani decine e decine di volte.

– E, infine, la versione completa del documentario Memorias del saqueo

di cui ho parlato anch’io nel 2006 in questo post, col quale chiudo, per il momento, la mia rievocazione, il mio coccodrillo ritardato, il mio sentito llanto por Fernando Ezequiel Pino Solanas:

https://aitanblog.wordpress.com/2006/07/03/282/