Tag

,

160 caccia israeliani hanno bombardato stanotte Gaza.
150 presunti obiettivi di Hamas nel nord della striscia.
Al momento si contano 119 morti, tra cui 31 bambini e 19 donne.

La persecuzione agìta dagli israeliani contro il popolo palestinese sta conferendo un nuovo significato al termine antisemitismo.
La cifra speciale di questo ricorso della storia è che in questo frangente assistiamo a un conflitto interno al gruppo etnico dei presunti discendenti biblici di Sem (storicamente, la famiglia di popoli che si stabilirono nelle prossimità dell’antica Mesopotamia prima del primo millennio avanti Cristo e parlavano lingue di origine comune, come  l’arabo, l’antico aramaico e la lingua ebraica). Insomma, per certi versi e caricando la mano, potremmo dire che stiamo assistendo a una nuova Shoah perpetrata da semiti contro semiti. Sempre che abbia un qualche senso definire un insieme di persone in base alla loro appartenenza a un gruppo etno-linguistico; perché, in fondo, questa è, come ogni guerra, una guerra civile, un delitto contro l’umanità tutta e le sue radici comuni; un conflitto sanguinolento tra due popoli di religione monoteistica che non mangiano carne di maiale e cantano su scale musicali sovrapponibili infarcendo la voce di modulazioni e melismi.

Va be’, lo so, semplifico.
Quella palestinese è una questione complessa.
Crea conflitti anche dentro di noi.
Ormai lo avremo detto mille volte che si può essere antisionisti senza essere antisemiti, prendendoci tutti i rischi delle posizioni che si tengono in equilibrio su un filo, sotto gli scossoni di quelli che la pensano diversamente e ti spingono da destra e da manca.

Ma sotto le bombe, anche guardando le deflagrazioni da lontano, come fossero fuochi da artificio, bisogna prendere una posizione.

Faccio eco a una voce che chiama nel deserto.

“La politica di questo governo israeliano è il peggio del peggio. Non ha giustificazioni, è infame e senza pari. Vogliono cacciare i palestinesi da Gerusalemme est, ci provano in tutti i modi e con ogni sorta di trucco, di arbitrio, di manipolazione della legge. È una vessazione ininterrotta che ogni tanto fa esplodere la protesta dei palestinesi, che sono soverchiamente le vittime”, perché alla fine sono loro ad esser massacrati.

Lo ha detto Moni Ovadia un paio di giorni fa all’agenzia di stampa Adnkronos, commentando i bombardamenti di Gaza.
E io di Moni Ovadia mi fido (anche se non ascolto in modo acritico nemmeno lui).

“La politica di Israele è segregazionista, razzista, colonialista e la comunità internazionale è di una parzialità ripugnante.”
“La condizione del popolo palestinese è quella del popolo più solo, più abbandonato che ci sia sulla terra perché tutti cedono al ricatto della strumentalizzazione infame della shoah”.
“Oggi Israele è uno stato potentissimo, armatissimo, che ha per alleati i paesi più potenti della terra e che appena fa una piccola protesta tutti i Paesi si prostrano, a partire dalla Germania con i suoi terrificanti sensi di colpa”.
“Io sono ebreo, anch’io vengo da quel popolo. Ma la risposta all’orrore dello sterminio invece che quella di cercare a pace, la convivenza, l’accoglienza reciproca, è questa? Dove porta tutto questo? Il popolo palestinese esiste, che piaccia o non piaccia a Netanyahu.”

“La pace si fa fra eguali, non è un diktat come vorrebbero gli israeliani. Io non sono sul foglio paga di nessuno, rappresento me stesso e mi batto contro qualsiasi forma di oppressione, è il mio piccolo magistero. Sono con tutti quelli che patiscono soprusi, sopraffazioni e persecuzioni e questo me l’ha insegnato proprio la storia degli ebrei. Io sono molto ebreo, ma non sono per niente sionista”.

Parafrasando don Milani (ecco sì, il solito e sempre scassacazzissimo pretino di Barbiana), aggiungerei, se voi avete il diritto di dividere il mondo in israeliani sionisti e stranieri antisionisti, allora io reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia patria, gli altri i miei stranieri.

E sono certo che non si conquisterà mai nessuna pace giusta nel terrore e tra i bombardamenti.

Peraltro (e mi autocito), culturalmente sono molto più vicino agli ebrei israeliani che ai palestinesi ed al mondo arabo.
Nella mia formazione scorrono litri di inchiostro ebraico. Ma tutto questo non mi impedisce di vedere la sproporzione della risposta israeliana agli attacchi di Hamas e la profonda ingiustizia di un popolo che sta riducendo un altro popolo a riserva indiana, senza alcuna considerazione per la popolazione civile e il valore della vita.

Il buon rabbino Marc-Alain Ouaknin (più volte citato anche da Moni Ovadia) raccomandava in un suo testo non sacro: “Faites l’humour, pas la guerre”. Sì, per Jeovah e per Allah, infervorati cugini israeliani, fate l’umorismo, o l’amore (come dicevasi alla vecchia maniera), non la guerra (come si fa ormai pallosamente da secoli e secoli)! Lo dico a rischio di suonare naif e inconcludente come un richiamo del papa o una risoluzione dell’ONU.