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Chia Ra non ha ancora 18 anni, ma la sua pagina artistica su FB (Claire’s Thyme Fair) ha già un suo seguito di ascoltatori attenti e fedeli alla linea. Per quelli che rincorrono i numeri parliamo di 3.617 follower sul Faccialibro e decine e decine di commenti e pollicioni eretti a ogni post cantato.
Di solito accompagna da sola alla chitarra la sua voce delicata, cristallina, precisa e potente, ma su Youtube possiamo ascoltare una sua interpretazione del “Sogno di Maria” con l’accompagnamento alla tastiera di Alberto Fauro che ha ottenuto più di 6.000 meritate visualizzazioni.

Ancora numeri.
Ma quello che è certo è che Chia Ra i numeri per interpretare ballate e canzoni dei cantautori della mia generazione (Guccini, De André, Lolli, ma anche Leonard Cohen) ce li ha tutti. Lo scorso anno ha anche vinto un contest per la miglior cover di Francesco Guccini (non ricordo se interpretava “Piccola Città”, “Incontro” o “Cinque anatre”; le cante tutte magistralmente).

Stasera, nella Villa Comunale di Frattamaggiore, ci ha deliziato con una sua rilettura del repertorio del Fabrizio De Andrè dei primordi (dagli inizi, nei primi anni ’60, a “Storia di un impiegato e di una bomba”, 1973, con un paio di incursioni nel repertorio di “Rimini”, 1978).
Non è facile coverizzare De Andrè (per me, fino ad ora, c’era riuscita a pieno solo Elena Ledda, la cui interpretazione di “Tre madri”, in lingua sarda, reputo superiore all’originale).

Il concerto si è aperto con “Marcia Nuziale”, seguito da “Avventura a Durango” e “Sally” (i due brani del ’78 di cui parlavo prima).
Poi è arrivata una struggente interpretazione di due delle più belle e pure canzoni d’amore del repertorio di FdA: “Per i tuoi larghi occhi” (in cui Chia Ra ha dato il meglio di sé) e “La canzone dell’amore perduto”.

Di seguito due capolavori dalla “Buona Novella” (1970): “Il sogno di Maria” e “Il Testamento di Tito” e un bell’accostamento di due canzoni di atmosfera medievale ma di opposto tono: “Nell’acqua della chiara fontana” (traduzione di “Dans l’eau de la claire fontaine” di Georges Brassens) e  “Carlo Martello” (brano ironico e graffiante scritto con Paolo Villaggio e ripreso anche dal gruppo argentino Les Luthiers; se volete saperne di più della geo-storia di questo canzone, ne parlo qui, pallosamente aitanblog.wordpress.com/2006/08/31/293/).


Infine, due canzoni difficili e per nulla scontate da “Storia di un impiegato”: “La canzone del padre” e “Nella mia di libertà” (la cui strofa “diventare così coglioni / da non riuscire più a capire / che non ci sono poteri buoni” avrò citato centinaia di volte e trovo sempre di stretta e tragica attualità).

Un repertorio non scontato e ben bilanciato quello scelto da Chia Ra.
Il che denota una sensibilità fuori dal comune che la porta a interpretare queste canzoni con una intensità e una capacità di scavo che le fanno valorizzare ogni singola parola.
E a volte le parole sono schiaffi.
Io queste canzoni le ascoltavo all’età che ha ora Chi Ra. Lei le reinterpreta e le fa sue con sorprendente sensibilità e non comuni capacità vocali (la sua voce sta più o meno un’ottava sopra gli originali di FdA, un po’ come quando Joan Baez rifaceva la “Canzone di Marinella”, si parva licet componere magnis). Si capisce che ha studiato e scandagliato ogni singolo passaggio delle canzoni che canta per mettere la sua musicalità e la sua capacità interpretativa a disposizione dei brani e farci arrivare le emozioni che le hanno provocate: dall’ironia di Carlo Martello alla denuncia della

[…] nostra ultima canzone
che vi ripete un’altra volta
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti

(E be’, io mi sono sentito molto coinvolto, anche se credo che l’età mi sta spostando giorno per giorno dall’altro lato della barricata. Ma questo col bel concerto di Chia Ra credo che c’entri poco.)