Tag

,

Il testo di Marco Rovelli dedicato a Claudio Lolli l’ho centellinato. Deliberatamente. Volevo berlo a piccoli sorsi per gustarlo meglio e perché mi accompagnasse per tutta l’estate, come un passito da trincare, giorno per giorno, dopo l’assunzione di altre letture.
D’altro canto, la sua stessa struttura da romanzo biografico corale si prestava a una lettura frammentaria e interrotta.
La storia di una vita da artista dei margini descritta attraverso brevi paragrafi in cui a narrare sono gli amici di Claudio, i parenti, le persone che gli sono state vicine o lo hanno incrociato, ma anche gli oggetti e i feticci che ne hanno segnato l’esistenza. Narrano, parlano e discettano, insomma, compagni di scuola e di lotta, musicisti, coinquilini, amori, colleghi, alunni, ma anche la chitarra della Upim e quella nuova, la mosca degli zingari felici, gli album, le foto, la giacca o i personaggi delle sue canzoni, da Michel ad Anna di Francia e a Keaton.
Ne viene fuori una narrazione sfaccettata e appassionante che consiglio a chiunque si sia sentito in sintonia con le canzoni di Lolli, ma anche a chi lo abbia sentito solo di striscio e volesse approfondire ora il suo percorso artistico ed umano. Consiglio la lettura di questo romanzo anche a chi volesse capire qualcosa di più dei sogni e delle illusioni degli anni settanta ed ottanta, giù giù fino al terzo millennio ed ai nostri giorni.
Pagina dopo pagina si profila il ritratto di un uomo piuttosto lontano dalla maschera triste dell’uomo in crisi disegnata dai produttori della EMI (sua prima etichetta discografica). Un comunista problematico, “rigido nei principi, ma mai dogmatico nella prassi”; un uomo ironico, affamato di vita e non conformista; un professore e un padre autorevole e mai autoritario; un perdente di successo, anche. Claudio Lolli era tante cose.
Poi ci sono gli incontri dello stesso Marco con Claudio e con i suoi familiari narrati con empatia, misura e partecipazione emotiva.

Si delinea tra le righe un gioco di specchi tra i due cantautori, scrittori, poeti e professori. Fino al passaggio di testimone de “La giacca“, l’ultima registrazione della voce cantata di Lolli che chiude l’album “Portami al confine“, il più recente lavoro discografico di Marco Rovelli, con, alla chitarra, Paolo Capodacqua, il musicista e cantautore che ha accompagnato Lolli negli ultimi anni di attività concertistica e che ora accompagna Rovelli nei dischi e dal vivo.

Verso la fine del libro, questo passo che mi sembra molto illuminante e voglio riportarlo integralmente:

Quanto tempo a ragionare di Leopardi, con Claudio che rivendica la malinconia come forma di conoscenza del mondo, il suo primo stadio, perché una volta capito che il mondo non è stato fatto per te, che è un caos illogico e innaturale, allora puoi costruire, e scoprire che il senso della tua esistenza è dare ordine al caos, non attraverso il potere però, ma attraverso l’arte, la narrazione, il racconto. Quanto tempo a parlare del lavoro di Claudio a scuola, di come i ragazzi capiscano benissimo Leopardi, della fiducia che lui ha negli studenti, di quanto lui tenga a questo ruolo, “Ma quale cantautore, io sono un professore!”

Leggendo, mi sono venuti in mente i versi di “Analfabetizzazione”:

Fondere, confondere, rifondere
Infine rifondare
L’alfabeto della vita
Sulle pietre di miele della bellezza

Una sorta di manifesto della poetica di Lolli.
Una poetica che, a mio parere, trovava il suo punto più fulgido proprio in quegli anni, nell’arco temporale che va da “Ho visto anche degli zingari felici” (1976) ad “Extranei” (1980) e, nel bel mezzo, il capolavoro: “Disoccupate le strade dai sogni” (1977).

Poi arriviamo nel pieno dei nostri tempi di nebbia, di confusione e di aria di tempesta.