Tag

,

Ormai lo sapete che mi piace condividere i bei momenti di spettacolo e cultura cui, in questi giorni, assisto con avidità accresciuta dall’estenuante lockdown che abbiamo subito nei lunghi e inconclusi mesi di pandemia che portiamo sul groppone.

Ieri è stata la volta dei Carmina Rock di Pasquale Vergara, chitarrista e compositore in arte e professore di latino (in pensione) di professione.
In apertura dell’anno sociale dell’Associazione Ex Allievi del Liceo Durante capitanata dall’ineffabile e infaticabile Teresa Maiello, il prof. Vergara ci ha presentato una gustosa e interessante conferenza-spettacolo incentrata su una decina di frammenti memorabili della letteratura latina, che ha musicato in lingua originale e poi anche tradotto in dialetto napoletano.

Dopo una breve e colta introduzione sulla metrica e sulla prosodia, sulla alternanza di vocali lunghe e brevi nella lingua latina, sull’impossibilità, di fatto, di sapere come gli antichi romani pronunciassero le parole, i versi e gli accenti, il prof ci ha fatto sentire il frutto di un suo annoso lavoro svolto per compiere la missione impossibile di mettere in musica i versi classici cercando di mantenere gli ictus (accenti) della lettura metrica antica.
Un’operazione acrobatica in bilico tra filologia, archeologia musicale, traduzione e creatività artistica.

La serata si è svolta seguendo uno schema preciso e mai tradito.

Per ogni singolo frammento, in  prima istanza abbiamo ascoltato la lettura recitata dell’adattamento in dialetto napoletano interpretata magistralmente dal professor Peppe Mitrano; poi le canzoni cantate da Pasquale sia in latino che in napoletano con l’accompagnamento della sua chitarra acustica.

In apertura, una “Tarantella falecia” basata sui celebri versi del Carme V di Catullo con la loro meravigliosa allitterazione di D e di T:

Da mi basia mille, deinde centum,
dein mille altera, dein secunda centum,
deinde usque altera mille, deinde centum […]

il cui primo verso, in napoletano, suonava così:

Damme mille ‘e ‘sti vase e ancora ciente

Di seguito una ballad in esametri basata sulla IV Ecloga di Virgilio e la celeberrima “anima vagula blandula” dell’imperatore Adriano. Quest’ultima, in dimetri giambici.

Piccola parentesi pindarica ma non troppo. Come ha ben illustrato il prof.Vergara nella sua prefazione al concerto, da quanto sappiamo e abbiamo a posteriori ricostruito, la poesia classica greca e latina si basava sul ritmo dei “piedi“, che erano una sorta di unità di misura della metrica formata da un gruppo di due o più sillabe brevi e lunghe che costituivano la misura del verso.
Naturalmente, si chiamavano ποῦς in greco e pes in latino proprio perché il ritmo si accompagnava con il battito del piede e cadeva normalmente sulla sillaba forte contraddistinta da un “ictus”, parola che giustamente Pasquale ha definito “terribile” per un orecchio moderno, ma che altro non voleva indicare che la sillaba forte e accentata della battuta (letteralmente ictus vuol dire ‘colpo’, ‘percussione’, ‘accento’).

A partire da questi principi di metrica classica, il prof ha presentato una classificazione dei principali piedi usati nella poesia classica latina mettendoli in parallelo con alcuni ritmi moderni.
Così ha mostrato, a mo’ di esempio, come  possiamo risentire
– il dattilo (– ∪ ∪) nella Via Gluck di Celentano (battere / levare / levare)
– lo spondeo (– –) nella Margherita di Cocciante (battere / levare)
– il giambo (∪ –) in Buonanotte Fiorellino di De Gregori (levare / battere)
– il trocheo (– ∪) nel valzer della Vedova Allegra di Franz Lehár (battere / levare / levare)
l’anapesto: ∪ ∪ – in un reggae come E la luna bussò, portato al successo da Loredana Bertè (levare / levare / battere).

Ma torniamo alle trasposizioni di Pasquale Vergara ascoltate ieri.

Il quarto brano è stato l’ode che contiene la fortunatissima formula del Carpe Diem oraziano (Carmina, I, 11), il cui verso più celebre è diventato in napoletano:

Campa ‘o mumento, nun penzà a niente, ‘e chello ca ‘a ciorta te po’ astipà…

Di seguito la leziosa Tarentilla di Nevio con la sua vivace descrizione di una giovane tarantina di facili costumi che “comm’a ‘na palluccia zompa a cca’ e allà“, passando d’amante ad amante e d’amore ad amore come una Palummella ante litteram.

Poi è stata la volta di 3 famosissimi incipit in esametri resi con piglio rock da Pasquale. Si tratta dei primi versi
– degli Annales di Ennio
– del De rerum natura di Lucrezio
-Dell’Aeneis (ovvero l’Eneide) di Virgilio.

Per finire, siamo tornati alla poesia romantica e intramontabile di Catullo. Chiudendo un cerchio che era cominciato coi mille e cento baci, abbiamo ascoltato una stupenda e struggente ballad romantica incentrata sul distico elegiaco del Carme 85, probabilmente l’epigramma più noto della latinità composto di un solo esametro seguito da un pentametro:

Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior.

Che, mi piace ricordare, era già stato tradotto in napoletano e messo in rima  dal bolognese Stefano Benni in questi termini:

Odio e amo:
fusse che chiedi
comme faccio?
Nunn ‘o ssaccio
ma lo faccio
e mme sent’ ‘nu straccio!

Mentre Pasquale traduce con maggiore attinenza all’originale, ma senza perdere l’intrinseca poesia dei versi e baciando pure lui le rime:

Odio e ammore, nun addimanna’ comme po’ essere,
Nun ‘o saccio: è accussì, m’o sento e sto a murì.

E con questo struggimento d’amore, passo e chiudo con la speranza che Pasquale possa ripetere la sua conferenza-spettacolo nei licei e magari possa fare anche dei laboratori per far appassionare le nuove generazioni ai versi e ai ritmi del mondo classico.


P.s. Poi un giorno indagherò su che cosa spinga questi Vergara a cercare di ripensare i ritmi, battere i piedi, computare le sillabe e adattare i versi della latinità classica; considerando anche che mio zio, Giuseppe Vergara, ha dedicato anni e anni della sua vita allo studio della poesia barbara e, dopo aver dato su tale argomento alle stampe due saggi e il volume Guida allo studio della poesia barbara italiana (F.lli Conte Editori, Napoli 1978), ha tradotto tutti e 12 i Libri dell’Eneide in esametri ritmici italiani, secondo una metodologia metrica da lui stesso messa a punto in aperta critica nientedipopodineno che con Giosuè Carducci.