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Erano tutti seduti in circolo così da potersi guardare negli occhi, ma sembrava che venerassero un idolo invisibile presente al centro della stanza.

Dopo una discussione animata era calato un improvviso silenzio.
Tutti fissavano Bertolt che aveva preso la parola poco prima.
Lui si alzò dalla sua sedia e disse:

“Ognuno di noi è responsabile di quello che dice, non di quello che capiscono gli altri.
(Almeno fino al punto in cui i nostri concetti siano espressi in modo chiaro e senza ambiguità e doppiezze…)

Non ho mai voluto insinuare che quelli di voi che credono nelle buone intenzioni del potere siano stupidi. Intendevo solo dire che gli stupidi, in genere, credono nelle buone intenzioni del potere.

Mi dispiace, però, se le mie parole hanno offeso qualcuno.
Non era nelle mie intenzioni.
Io volevo offendere tutti!”

Dopo un attimo di silenzio, i suoi compagni, uno ad uno, scoppiarono a ridere.
Qualcuno si alzò da una panca e gli diede una pacca sulla spalla.
La stanza tornò ad animarsi in modo sempre più disordinato. Era difficile sentire chi stava a un paio di sedie di distanza. Ormai ognuno andava avanti per conto suo senza più rispettare alcun turno di conversazione.
Ad un dato momento, senza più riprendere il filo della discussione collettiva, lasciarono alle loro spalle l’idolo invisibile e andarono a bere.

Io restai a parlare con Bertolt.
Lui mi disse che si era messo volontariamente dalla parte del torto, per buttarla sul ridere, ma anche perché dalla parte delle ragione tutti i posti risultavano occupati.
Poi, abbassò lo sguardo verso il suolo, si pulì gli occhiali con l’orlo della camicia e aggiunse che ormai non trovava altra soluzione che buttarla sul ridere, in questi tempi in cui discorrere d’alberi è quasi un delitto, perché su troppe stragi comporta silenzio.

Io restai a fissarlo in silenzio. Era forte come una roccia, ma aveva uno sguardo tenero e comprensivo.
Mi risvegliai nel momento esatto in cui mi stavo chiedendo se lui fosse proprio lui.