Tag

,

BES e DSA, il rischio di esagerare

Ieri mattina, come ci capita spesso, la bambina e io ci affrettavamo a prepararci per arrivare a scuola in orario.
Lei dopo aver combattuto con un pigiama che non riusciva a togliere, mi ha chiesto aiuto.
Io, nell’aiutarla-ma-non-troppo, le ho detto una cosa tipo: “Ma che caspita, però potresti trovare da sola il modo per tirarti su una maglietta. Ormai hai quasi 10 anni…”
E lei, toma toma cacchia cacchia, mi fa:
– Papà, ma che vuoi da me?, io sono disvestica.


Le ho tolto la maglietta sorridendo compiaciuto per la sua verve creativa.
Poi, però, mi sono fermato a pensare.
Mi è parso che questo suo neologismo sia il riflesso di un atteggiamento che stiamo avendo noi adulti nei confronti dei bambini e dei ragazzi in difficoltà; un atteggiamento che mette un’etichetta ai problemi (disturbi specifici dell’apprendimento, dislessia, discalculia, disortografia, disgrafia, disvestia, disblablablà…), ma poi non richiede un reale impegno per cercare un rimedio; un modalità che porta chi è in difficoltà ad adagiarsi e a fare delle mancanze un pretesto per assecondare la propria innata indolenza. Al tempo stesso, mi sembra che questo inquadrare le persone in categorie di persone affette da disturbi specifici offra un alibi ai genitori ed agli educatori per non cercare di aiutare le nuove generazioni a superare i loro limiti (a portare il cuore oltre l’ostacolo, si diceva un tempo).
Forse facciamo troppo presto a dichiarare dislessico un bambino con difficoltà di lettura, e discalculico un altro che non sa fare rapidamente di conto, e disortografico chi non mette le acca e gli accenti al posto giusto (e ce ne sono a bizzeffe anche tra gli adulti), e disgrafico quell’altro che non mette i puntini sulle i (mi si lasci passare il linguaggio iperbolico). E dopo aver messo la nostra bella etichetta psico-classificatoria ci sembra, in qualche modo, che il suo e il nostro dovere sia finito lì.
Credo che se avessi frequentato le elementari nel nuovo millennio avrebbero dichiarato disgrafico anche me, che in prima elementare facevo gli 8 con due pallini e gli 1 col cappello al contrario e, di seguito, fino alle superiori, scrivevo in modo poco comprensibile; come scriverei anche ora se non mi sforzassi di usare uno stampatello staccato un po’ più leggibile del mio corsivo “naturale”.
Insomma, io dico che dovremmo imparare e insegnare a fare di necessità virtù, piuttosto che mettere su un ragazzo un etichetta dis- e poi lasciarlo in un angolo dopo aver compilato pacchi di documenti di diagnosi e di presunte misure compensative che mettono in moto più le capacità del dispensatore che quelle del dispensato.
Che poi questo atteggiamento remissivo rispetto ai problemi e ai bisogni formativi sia arrivato così presto all’orecchio di una bambina di 9 anni mi sembra un problema nel problema. Lo specchio deformato di una società che ignora il senso e il valore dell’impegno e cerca pretesti per sfuggire alle sue responsabilità e ai suoi doveri verso se stessi ed il mondo.



Insomma, Stefania, lo vedi che hai combinato a definirti “disvestica“?
Fossi in te, la prossima volta, se la maglietta ti sembrasse troppo stretta per tirarla su da sola, prenderei un paio di forbici, piuttosto che chiamare in soccorso quel pesantone di papà.