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Apologo senza spiegazioni

Nello scorso millennio, una trentina di anni fa, dalle parti della porta di Brandeburgo, mentre guardavo il cielo inebriato dal profumo intenso dei tigli, un uomo cominciò a fissarmi e a fare strani gesti.
Finché fu possibile, finsi di ignorarlo, poi, quando si mise a biascicare mugugni e suoni disarticolati, cercai di fargli capire che parlavo poco il tedesco e non intendevo perché si stesse rivolgendo proprio a me. Lui continuava a fissarmi e, a un dato momento, ebbi la certezza che mi stesse lanciando improperi e maledizioni in una lingua misteriosa fatta di pochi e ripetuti suoni. Borbottii, fonemi indistinti, guaiti e raffiche di consonanti gutturali sparate sulla mia faccia tra sputi e sospiri.
Mi salí il sangue alla testa e mi misi ad urlare come un forsennato. Riuscii a calmarmi solo quando risentii dentro di me la mia stessa voce che, mischiando lingue e dialetti, lo intimava di non rompermi le scatole e di andarsene a disturbare la brava gente da qualche altra parte.
L’uomo, nel fare un passo indietro, inciampò in una pietra. Poi, dopo essersi rialzato a fatica, si fermò, cercò nelle tasche qualcosa che non trovò e si mise di nuovo a gesticolare, venendomi incontro con crescente concitazione.
Quando era ormai a pochi passi dalla mia disperazione, inciampò di nuovo sulla stessa pietra. Ma questa volta non riuscì a rimettersi in piedi da solo.
Ne approfittai per voltargli le spalle e tornare a guardare il cielo.
Unter den Linden.

Fu così che assistetti alla caduta del muto di Berlino, senza avere il tempo di capire cosa mai volesse dirmi quell’uomo di cui conservo ancora il ricordo della bocca scomposta e dell’alito pesante di birra scadente che mi assalì giusto un attimo prima che precipitasse a terra nell’atto di avventarsi su di me. Che non avevo fatto niente.

Che fosse muto, o mezzo muto, lo seppi il giorno dopo, dai giornali; ma non trovai altre spiegazioni.