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Sei anni fa mi inventai una specie di “calendario dell’avvento controtempo” realizzato mettendo insieme, giorno per giorno, una trentina di rappresentazioni della Fuga in Egitto della sacra famiglia di profughi di Nazareth.
Un calendario che si muove in direzione ostinata e contraria da Oriente a Occidente e arriva al giorno della nascita di Gesù, rappresentando una collezione di immagini della fuga della sacra famiglia dalla furia infanticida di Erode (a Cristo già nato, dunque).

https://aitanblog.wordpress.com/2015/12/01/cercando-un-altro-egitto/

Nella XVI puntata della serie c’erano cinque capolavori dei Tiepolo padre e figlio che ripropongo ora, qui, alla vostra attenzione.
Sono due dipinti e un disegno di Giovanni Battista (1696–1770), il padre, e due acqueforti del figlio Giandomenico (1727–1804).

I due artisti veneti hanno dedicato molto ingegno (in tele, disegni e incisioni) al tema della fuga in Egitto.
Spesso nelle loro rappresentazioni ricorre il barcone con tanto di asino a bordo ed angelo scafista (e volesse il cielo che fossero pervasi da tanta cura e da tanta protettiva bontà anche gli scafisti del XXI secolo che imperversano nell’Egeo e nel Mediterraneo); Giuseppe, dal canto suo, è sempre rappresentato come un vecchio dalla folta barba bianca (un alter ego dell’immagine archetipica di Dio e di Mosè che abbiamo assimilato da tanta iconografia artistica e cinematografica).

Tra quelle qui rappresentate (e tra tante altre che ho vagliato dei due Tiepolo), l’opera che preferisco è il disegno di papà Giovanni Battista (il secondo riquadro qui in alto), ma trovo che anche le opere del figlio – che spesso riproducevano con la tecnica dell’acquaforte opere e soggetti paterni – abbiano una loro dignità e forza.

È probabile che queste ultime due tavole, precedano di qualche anno le ventiquattro incisioni dell’album delle “idee Pittoriche sopra la fuga in Egitto di Gesù, Maria e Giuseppe…” che nel 1753 Giandomenico dedicò, a Würzburg (in Baviera), a Karl Philipp von Greiffenklau, principe vescovo del Sacro Romano Impero. Andatevi a cercare anche queste incisioni bavaresi: sono un’efficace illustrazione della fuga e la seguono passo passo come una “graphic novel” senza parole.



Poi, magari, attualizzate la visione con qualche foto delle famiglie di profughi e rifugiati in cerca di miglior vita nei nostri tempi.
Il mondo ne è pieno. Ed anche la rete che ne rappresenta uno specchio, per quanto deformato.

Il parallelo è fin troppo facile e ha la forza della sofferenza e della verità.
Le ultime due foto di profughi del collage sono dell’agenzia AFP©, delle altre ignoro la fonte. Mi scuso preventivamente con chi ne abbia la proprietà. I quadri rappresentati sono invece, nell’ordine, di Vittore Carpaccio (1465-1520), José Ferraz de Almeida Júnior (1850-1899), Jean-François Millet (1814-1875), William Blamire Young (1862-1935) e Noël Hallé (1711-1781). Una piccola selezione composta un po’ alla buona e piuttosto in fretta. Ma credo che l’insieme ci restituisca il senso dell’eterna fuga di profughi di diversi spazi e tempi verso una realtà meno dura e più proiettata verso un futuro migliore per sé e per i propri figli.

[…] nessuno affida i propri bambini ad una barca / a meno che l’acqua non sia più sicura della terra.
chi sceglierebbe di passare giorni / e notti nel ventre di un camion / a meno che il tragitto percorso / significhi più di un viaggio.
nessuno sceglierebbe di strisciare sotto recinti / essere picchiata fin quando la tua ombra non ti abbandona, / violentata, annegata, costretta al fondo / della barca per il colore della pelle, esser venduta, / ridotta alla fame, venir sparata alla frontiera come un animale ferito, / essere compatita, perdere il proprio nome, perdere la propria famiglia, / chiamare casa un campo profughi per un anno, o due, o dieci, / spogliata e perquisita, in prigione ovunque / e se sopravvivi venire accolta dall’altra parte / con andatevene a casa neri, rifugiati / sporchi immigrati, richiedenti asilo / parassiti / scuri, con le mani pendule / odorano strano, di selvaggio – / guarda cosa hanno fatto dei loro Paesi, / cosa faranno al nostro?
il disprezzo negli sguardi per strada / più lieve rispetto ad un arto strappato, / l’umiliazione quotidiana / più dolce di quattordici uomini che / assomigliano a tuo padre, tra / le tue gambe, gli insulti più facili da inghiottire / che le macerie, che il corpo del tuo bambino / a pezzi – per ora, dimentica l’orgoglio / sopravvivere è più importante.
voglio andare a casa, ma casa è la bocca di uno squalo / casa è una canna di pistola / e nessuno lascerebbe casa / a meno che non sia la casa a cacciarti a riva / a meno che la casa stessa ti dica / di lasciare dietro di te ciò che non puoi, / anche fosse umano.
nessuno lascia casa finché casa / non diventa una voce angosciosa all’orecchio che dice / parti, scappa da me adesso, non so cosa / sono diventata.


Questo è il brano finale della poesia di Warsan Shire intitolata “Home”, nella traduzione che Tina Magazzini e Giovanni Gugg hanno fatto per WOTS Magazine qualche anno fa.
Warsan Shire è una poetessa somala nata in Kenya nel 1988 ed emigrata a Londra quando aveva solo un anno.
Nel 2016, la cantante Beyoncé ha utilizzato alcune sue poesie nel film che accompagnava il concept album “Lemonade“, un’opera multimediale che si prefiggeva l’obiettivo di smuovere nelle donne afroamericane un sentimento di consapevolezza e auto-coscienza.
E così siamo partiti da Tiepolo e siamo approdati a Beyoncé passando per Erode, Vittore Carpaccio e Jean-François Millet.

Il bello di Internet.