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La scrittura nella rete

Ho l’impressione che scriviamo e continuiamo a scrivere qua sopra (qua dentro) per sconfiggere la nostra solitudine e la solitudine degli altri.
Scriviamo per cercare partecipazione, per denunciare quello che ci fa male e per condividere quello che ci produce gioia o piacere.
Scriviamo per soddisfare intime necessità di comunicazione e di comunione col mondo.
Scriviamo per provare agli altri e a noi stessi che esistiamo e, scrivendo, cerchiamo una riprova della nostra esistenza nel numero dei pollici eretti che riceviamo.
Anche quando non facciamo altro che copiare e incollare parole altrui oppure quando intasiamo i social per comunicare e ipercomunicare che non abbiamo nulla da dire, ma abbiamo l’impellente necessità di farlo sapere a tutti, che non abbiamo nulla da dire.

Poi tante volte la rete intrappola le nostre parole e lascia che il ragno fagociti i nostri pensieri senza alcun segno di interesse o attenzione.
Tante volte abbiamo l’impressione che la distrazione regni sovrana e che quei pollici eretti abbiano poco o nessun senso.
Tante volte ci rendiamo conto di essere isole legate dalle acque che ci separano e finiamo per sentirci più soli e inascoltati, dopo aver lanciato nel mare magnum del web il nostro ennesimo messaggio in bottiglia sotto forma di sussurro, di riflessione o DI GRIDO.
Abbiamo la sensazione di aver scritto una lettera che non riceve risposta.
E forse non ci rendiamo nemmeno conto di star scrivendo a una moltitudine più o meno indistinta e non a un singolo destinatario degno delle nostre confidenze e attenzioni.



E intanto Zuckerberg & Co. raccolgono i nostri dati e ne fanno mercato. Perché a loro solo questo interessa. Tenerci intrappolati nella loro rete e fare in modo che non mettiamo la testa fuori di qui e da qui intravediamo la realtà e ci approvigioniamo e soddisfaciamo i nostri desideri e bisogni. Loro vivono delle nostre impronte e dei segni che lasciamo in giro come una serie di pollicini clonati che inseguono i pifferai digitali di Gafam.

Insomma, a me pare che in fondo e in superficie la scrittura sui social riunisca in sé varie motivazioni che sono comuni allo scrivere tout court: l’impulso di fermare il tempo e costringere il passato a non cacciarsi in un buco nero senza vie di uscita; l’esigenza di comunicare con se stessi e cercare chiarezza nei propri pensieri; il desiderio di scrivere a una moltitudine; la ricerca dell’intimità; la necessità di sentirsi esistenti e perfino vivi… E però, alla fine dei conti, quella che instauriamo qua dentro e qua sopra è tutta una comunicazione illusoria che crea dipendenza e può perfino allontanarci dalla realtà. Alla fine dei conti, quello che instauriamo qua sopra e qua dentro è solo un simulacro, ma un simulacro che è sempre meglio di un silenzio senza vie di uscita o soluzioni.

¿Ma poi, non è forse un simulacro anche la scrittura e perfino la parola; ogni singola parola che si sforza ogni momento, anche ora, di rappresentare la realtà che rappresenta?