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Recensione a caldo

Ho appena concluso la lettura del romanzo breve di Aniceto Fiorillo “Solo per loro“, pubblicato lo scorso anno per la collana Intrecci del marchio editoriale Dialoghi.
Il libro è un moderno Bildungsroman, un romanzo di formazione che narra la vita sentimentale e lavorativa di Antonio, giovane della periferia napoletana che, dopo essere stato licenziato da una fabbrica in cui è stato prima apprendista e poi manutentore, si arruola nell’esercito e vive la crudeltà della guerra dei Balcani.
Al rientro si trova coinvolto nei traffici di una Napoli criminale e tossica, “una città in perenne tensione” da cui decide nuovamente di scappare.
Il fil rouge che lega le tre parti del romanzo è la costruzione della personalità di Antonio e la sua storia d’amore con Matilde (di cui preferisco non dire nulla per non rischiare di anticipare troppo). Un cammino verso una disincantata consapevolezza. Come nei romanzi picareschi del siglo de oro.

La lettura è scorrevole e piacevole ed è bello anche il fatto che il ritmo delle tre sezioni (scandite da tre opportune citazioni classiche) sia molto mutevole. Dal tono più disteso del lavoro in fabbrica, a quello tragico e riflessivo della guerra in Kosovo e poi a quello frenetico e violento del rientro in una Napoli gomorristica.
Dappertutto affiora una vena di ironia e un tono moralistico di denuncia sociale verso le bassezze umane, inquadrate sotto forma di problemi cocenti e contemporanei, come la spietatezza della globalizzazione, la mancanza di mobilità sociale, la scarsezza di prospettive per i giovani del Sud Italia, i disastri della guerra chimica, la ricerca di denaro facile e la mancanza di qualsiasi scrupolo per raggiungerlo.

Leggendo viene da chiedersi quanto ci sia di esperienza di vita vissuta, quanto di vita reale ascoltata da terzi e quanto di vita letta in romanzi, saggi e fumetti o vista in film e serie TV.
L’impressione è che Aniceto, nei suoi 40 anni di vita, abbia “fatto cose e visto gente…”.
Ma in fondo questo importa poco.
L’importante è quello che resta su pagina.
E vi garantisco che non è poco.
Memorabili le parti conclusive della seconda parte dedicate alla guerra in Kosovo e l’episodio dell’elefante indiano fatto venire dal capoclan nel quartiere dei Miracoli.

A margine, mi chiedo perché alcuni toponimi, marchi di fabbrica e nomi propri siano realistici (Napoli, Giugliano, Secondigliano, Castel Volturno, Piazza del Gesù, Via Tribunali, Sanyo…) ed altri inventati, ma modellati su evidenti nomi di località, marche e marchi realmente esistenti (Largo Ameno, Via dei Regibus, “Sasalese”, Riemens, Texa, Fuji, Genstar, 27 Gran…).

Concludo con un paio appunti stilistici.
L’abuso del dimostrativo “tale” e l’introduzione di qualche parola e qualche spiegazione di troppo in singole frasi che, a mio modo di sentire, avrebbero funzionato meglio se espresse con più asciuttezza.
Questo fin dall’incipit del romanzo:

“Nel cielo azzurro si muovevano sinuosamente banchi di nuvole e l’aria sui nostri visi era tiepida, aveva il sapore della primavera.”

Io avrei scritto:
“Nel cielo azzurro si muovevano le nuvole e l’aria sui nostri visi era tiepida, aveva il sapore della primavera.” (p.7)

O perfino:
“Nel cielo azzurro si muovevano le nuvole e l’aria aveva il sapore della primavera.”

Qualche ulteriore esempio in cui metto in parentesi quadra le parti che trovo superflue:

“Mia madre aveva portato i piatti a tavola e ci stavamo sedendo, la tv [trasmetteva televendite con le quali] invitava a comprare materassi ortopedici.” (p.9)
“Il vialone era immerso in una fitta vegetazione, mi sembrava di essere in una foresta equatoriale di un [qualsiasi] Paese sudamericano.”(p.18)
“Avevamo frequentato insieme le scuole elementari e [di seguito] le medie.” (p.19)
“il mio amico continuava a creare con il motorino dei cerchi concentrici [,] perfetti [dal punto di vista della forma geometrica]” (p.21)
“In fabbrica, ognuno di noi aveva un soprannome [in base alle caratteristiche fisiche o comportamentali].” (p.24)
“All’interno diversi clienti, alcuni stranieri, erano rimasti allibiti [nell’assistere a tale rappresentazione].” (p.104)

Chiaramente queste sono questioni di gusto che hanno tutti i vizi della soggettività.
Personalmente, preferisco una narrazione ellittica che offra maggiore spazio al lavoro di ri-creazione del lettore.
Mi sento quasi offeso quando mi si dice troppo.

Da questo punto di vista, il finale del romanzo mi pare perfetto.
Ma non ve lo racconto.
Vi consiglio di leggerlo e di scoprirlo da soli.

Ad Aniceto, invece, nel fare i miei complimenti, consiglio un più attento lavoro di editing per le sue prossime pubblicazioni.


Il romanzo sarà presentato online il 28 gennaio nell’ambito di un convegno sulla “realtà giovanile tra occupazione,  disoccupazione,  inoccupazione ed inerzia“.

Link per la diretta Meet e lo streaming su YouTube sul sito dell’Associazione Ex Alunni del Liceo Durante di Frattamaggiore.

Su YouTube, la lettura interpretata di uno stralcio del libro realizzata da MonnaPina Vergara con l’accompagnamento musicale del prof. Pasquale Vergara (portano entrambi il mio stesso cognome, li conosco bene, ma non ci legano rapporti conosciuti di parentela). L’episodio interpretato nel video è quello dell’elefante: la delirante storia di un pachiderma portato nei quartieri di Napoli per distruggere il locale di un pizzaiolo che aveva fatto uno sgarro al capoclan Marciano. Una storia tragicomica e grottesca che è un po’ un episodio a parte nel romanzo.