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Tra anglismi e language impoverishment

A scorrere dall’alto in basso la pagina Facebook del programma di Radio 3 “La lingua batte” sembrerebbe che risieda nella progressiva anglicizzazione dell’italiano il rischio più grosso che corre la nostra meravigliosa lingua.
Ma non credete che sia ancora più grave l’impoverimento lessicale e la semplificazione strutturale che porta a un uso sempre più vago ed impreciso del linguaggio, anche da parte di chi si occupa di comunicazione in modo professionale (giornalisti, esperti di questo o di quello, presentatori televisivi, insegnanti, youtuber, influencer e, perfino, scrittori)?
Per non parlare delle nuove generazioni sempre meno avvezze a leggere testi lunghi scritti con un linguaggio mediamente complesso e abituate ad usare un lessico che difficilmente va oltre le 2000 parole citate da Tullio De Mauro come “fondamentali”.

Per certi versi, l’uso di parole inglesi potrebbe perfino arricchire la qualità della nostra comunicazione; soprattutto quando le parole nuove di ascendenza inglese indicano nuove realtà, nuove invenzioni o nuovi concetti concepiti in territori anglofoni. Senza contare che, in molti casi, questi anglicismi sono prestiti di ritorno, parole di origine greco-latina che rientrano, rimesse a nuovo, nella nostra area linguistica attraverso l’inglese e, soprattutto, attraverso l’American English (mi riferisco a termini come scanner, televisione, media, sponsor, campus, forum, infodemia, influencer e, perfino, computer, da “computare”…).

Poi, non lo nego, ci sono casi in cui si abusa dell’inglese in modo inopportuno, non funzionale ed anche poco elegante (tipo il diffuso uso di “realizzare” – da “to realize” – al posto di “rendersi conto” o anche tipo quegli articoli di economia, di sociologia o di sport infarciti di parole inglesi che vengono utilizzate un po’ a casaccio, anche quando esiste un più calzante e più chiaro corrispettivo italiano). Di peggio c’è solo lo snobismo (parola di origine inglese che, senza un reale fondamento, si fa derivare dalla locuzione latina “sine nobilitate) di chi fa abuso di parole straniere per darsi un tono, per sorprendere il proprio interlocutore o per apparire più colto o più profondo di quanto effettivamente si sia.

In ogni modo, dal canto mio, insisto a sostenere che trovo più grave (ed anche più dannoso) l’impoverimento del linguaggio e l’uso di parole inesatte o approssimative da parte di parlanti italiani che usano male il nostro vocabolario e non trovano un appoggio nemmeno in quello di qualche lingua straniera.
Non c’è pensiero se non ci sono le parole per pensarlo e per dirlo.

That is the question!