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La musica tra l’entusiamo e la passione

Bellissimo momento di riconciliazione con la musica dal vivo, ieri, al Moro di Cava dei Tirreni con lo Stefano Di Battista Quartet che presentava un progetto meraviglioso e trascinante dedicato alla musica del Maestro Ennio Morricone.

Per colpa di una sigaretta inserita tra il panino e la musica, mi sono perso le primissime note della serata. Ma è stato facilissimo entrare a fare parte della magia del concerto, che si è aperto con un tris di brani meno noti del repertorio morriconiano (Che cosa avete fatto a Solange?, Peur sur la Ville e La cosa buffa) e un’interpretazione di Veruschka che mi è parsa una delle cose più jazz mainstream della magnifica serata (al contralto, Di Battista riecheggia spesso Charlie Parker, ma un Parker del XXI secolo che ha ascoltato Coltrane e i suoi epigoni di ieri e di oggi).
Di seguito, dopo aver affabilmente accolto il pubblico sottolineando, giustamente, la bellezza di tornare a suonare tra la gente e… ritrovarsi, Stefano Di Battista ha eseguito una struggente e quasi filologica interpretazione di Deborah’s Theme (dal capolavoro di Sergio Leone, “C’era una volta in America“). Il brano è stato interpretato al sax soprano quasi “spartito alla mano”. A volte le note originali sono così belle che anche per un abile e sperimentato jazzista sembra un sacrilegio cambiarle e imbastirci troppe variazioni. O forse ti rendi conto che la musica arriva alla tua anima e al pubblico già così come è e non senti la necessità di lavorarci troppo (a parte qualche arpeggio virtuosistico sugli accordi originali del brano).

A seguire una gustosissima, graffiante e personale interpretazione di “Metti una sera a cena“, sostanziata di note distese su un ritmo serratissimo in cui Sorrentino e Del Prete hanno messo fuori uno swing, che faceva muovere la testa, il culo e i piedi di tutto il pubblico.



E qui mi permetto una parentesi sul trio che accompagna Di Battista in tante serate di Morricone Stories portate in giro per l’Europa ed il mondo.
Tre straordinari musicisti campani:
– Andrea Rea al piano, from Pomigliano d’Arco (la patria del jazz campano)
– Daniele Sorrentino al contrabbasso, from Naples
– Luigi Del Prete alla batteria, from Frattamaggiore (la cittadina in cui sono nato e vivo anch’io).

Una parentesi nella parentesi. Luigi lo conosco e lo apprezzo da quando aveva poco più di 18 anni.

https://aitanblog.wordpress.com/2006/01/12/244/

Un talento della batteria, un figlio d’arte che mostra una scioltezza allo strumento che non finisce mai di sorprendermi e che vedo crescere e arricchirsi di sfumature e mestiere. Uno che su quei piatti ci mette veramente l’anima e la voglia di comunicare le sue emozioni.
D’altra parte, Frattamaggiore, la mia terra, dai fratelli Pierino e Gegé Munari ai non-parenti Franco e Luigi Del Prete, è una terra che vibra al ritmo delle pelli e dei piatti della batteria da quasi un secolo.

Per di più Luigi, con Daniele ed Andrea, costruisce un perfetto interplay nato dalla sintonia umana e professionale, ma anche dall’aver molto suonato insieme. E questo pure si avverte e si sente.



Chiudo tutte le parentesi che ho aperto e torno al concerto di ieri: ai sinuosi grappoli di note di Di Battista, al pianismo immaginifico di Rea e alla sontuosa sezione ritmica Sorrentino / Del Prete che ci hanno deliziato con una bella esecuzione di L’apertura della caccia (da “Novecento” di Bertolucci), con un avvolgente intro pianistico e un sapiente accompagnamento ai piatti in cui Luigi alternava le bacchette alle spazzole (che, giustamente, hanno un ruolo preponderante in questo concerto).

Subito dopo, uno dei momenti più belli della serata, una versione (molto jazzata, ma anche molto fedele agli accordi e all’armonia dello spartito originale morriconiano) de La donna della domenica. Un brano inquietante e sghembo che ha il fascino Misterioso ed Epistrofico di certe composizioni di Thelonious Monk.

A seguire, da fine intrattenitore capace anche dei giusti tempi comici per infarcire la narrazione di aneddoti e di battute, Di Battista ha introdotto Flora, un brano scritto per lui dal medesimo Ennio Morricone. Ha raccontato che si conobbero in una situazione conviviale in cui il Maestro lo prese in simpatia (anche per le sue origini borgatare e la professione di cuoca della madre, pare) e decise di improvvisare per lui la scrittura di questo bel brano che eseguirono subito dopo, insieme, a prima vista.
Il buon Stefano ha scherzato sul fatto che aveva cercato di barare eseguendo lo spartito all’ottava inferiore per evitare le impervie note altissime del sax soprano. Ma era stato subito sgamato dal Maestro.
Va be’, facile per lui scherzare su queste cose, visto che come sopranista, soprattutto sul registro alto, è uno dei più precisi musicisti che io abbia mai ascoltato dal vivo o su disco.
E il brano è molto bello, una melodia che si sviluppa su un delicato accompagnamento ritmico (sviluppato soprattutto sui piatti) e che ha preso il nome dalla figlia undicenne di Stefano Di Battista e Nicky Nicolai.

L’ultimo brano (prima del bis) non poteva che essere il tema de Il Buono, il Brutto e il Cattivo, che offre il destro al quartetto italiano di Stefano di mostrare tutta la sua perizia tecnica e la voglia di suonare ed emozionare sulle note risapute e sempre trascinanti degli spaghetti western di Ennio Morricone. Note che piacciono tanto anche a rocker del calibro dei Metallica e dei Prodigy ed a jazzisti di tutto il mondo, dal grande John Zorn al nostrano Enrico Pierannunzi (entrambi hanno dedicato, come Di Battista, interi album al maestro romano e universale che ha sempre dichiarato di non essere particolarmente incline al jazz, ma che era molto pratico nell’arte dell’improvvisazione. Ma questa rischia di essere un’altra parentesi troppo lunga…).

In ogni modo, durante l’esecuzione, Stefano, avendo saputo che due spettatori celebravano il compleanno (nello stesso giorno di Fabrizio de Andrè, Yoko Ono e Milos Forman), da fine improvvisatore e esperto intrattenitore quale è, ha insinuato qualche battuta di Happy Birthday tra le note del tema del Buono, il Brutto e il Cattivo (d’altro canto il gusto e l’estro jazzistico della citazione sono venuti fuori anche in altri momenti in cui mi è parso di sentire tra una battuta e l’altra note o armonie della Garota de Ipanema o del repertorio parkeriano).

Grandi e meritati applausi e, poi, bis con un Giù la testa (il mio preferito tra i capolavori di Morricone) suonato con l’accompagnamento corale del pubblico. Per concludere, un’insinuante, commovente e liquida versione di Gabriel’s Oboe impeccabilmente eseguita al sax soprano mi ha accompagnato fino a casa da Cava Dei Tirreni a Frattamaggiore, ebbro di musica e di gioia di viverla insieme e senza maschere, mascherine e mascherate.

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