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Un’altra primavera di dolore



Le foto e i video sono là. Reali e costruiti come ogni immagine dal fronte. Un fronte che è entrato in ogni casa e pervade ogni cosa.
Le foto e i video sono là, in pasto al nostro spasimo, alle nostre ansie e alla nostra ideologica contrapposizione.
I video e le foto sono là e ognuno nello scorrere distratto tra i morti e le ferite sanguinanti o nell’osservare acuto dei dettagli confermerà la sua posizione sul conflitto in atto e lancerà i suoi strali contro la dissennatezza e i torti degli avversari invocando la pace, la misericordia e i lumi della ragione.
I video e le foto sono là, e ognuno, a seconda delle contingenze del conflitto e della sua parte in causa, ci vedrà la verità del dolore, la bestialità dell’avversario oppure una sua falsificazione.
Sono là, le foto, le foto e i video.

Forse i colori delle didascalie e i toni delle informazioni non dicono tutta la verità. Ma le immagini di tanta sofferenza e tanto dolore sono tutte dispiegate davanti ai nostri occhi increduli e ai nostri culi sprofondati in comode poltrone.
Sono là, e forse qualcuna di quelle foto è stata pure imbellettata, tagliata ad arte in post-produzione, imbruttita, incattivita, caricata di indignazione o perfino costruita a tavolino in territori di pace, per ripartire i torti e consolidare le ragioni.

Sì, magari sarà pure vero come si dice in giro che quelle foto e quei video li hanno fatti apposta per farci stare da una parte o dall’altra e alimentare il nostro scandalo e il nostro dolore.
Ma la brutalità della guerra la raccontano tutta. Senza alibi e presunte motivazioni.



Ma poi, in fondo, a noi cosa importa chi ha realizzato quegli scatti e chi li ha manipolati o diffusi?
Io non voglio fermarmi ad analizzarne la veridicità per valutare se pesa di più una tonnellata di dolore bianco o una tonnellata di dolore nero.
A me quelle immagini gridano solo la sofferenza, i disastri, la barbarie, l’incredibile assurdità e la stolta violenza di ogni guerra, in qualunque modo combattuta; e risento gli strazi, gli spasimi e le urla di dolore.

Bucha, Baku, Beslan, Bagdad, Sabra e Shatila, Srebrenica, Aleppo, Falluja, Mỹ Lai, Sinchon, Hiroshima, Nagasaki, Guernica, Yerevan… una sequenza di sofferenze senza fine.



Quelle foto stanno là come los desastres di Goya, il miliziano di Robert Capa e le carneficine di Picasso.

Non importa da che parte si trovano loro e da che parte sto io.
Nel fondo umano di noi, siamo tutti contro ogni guerra. Oppure non siamo più abbastanza umani.

Non sono quelle immagini la pietra dello scandalo in cui inciampa il percorso del nostro quotidiano; è la guerra lo scandalo assoluto. E mi risulta difficile parlare d’altro in questi giorni.


In me si combattono
L’entusiasmo per il melo in fiore
E il terrore per i discorsi dell’imbianchino.
Ma solo il secondo
Mi spinge alla scrivania.

Bertolt Brecht




Mala tempora,
Malos tiempos para la lírica.