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e lo sguardo fisso sullo schermo

Passiamo ormai più tempo a osservare e mettere in scena la vita sui social che a vivere la vita nel flusso reale delle nostre esistenze. Tanto che si è persa anche ogni linea di demarcazione tra reale e virtuale (se mai ce ne sia stata una).
Ma prima ancora che con i social questa dispersione della vita è cominciata con la diffusione massiva dei cellulari.

15 anni fa, già ce li avevano tutti, gli apparecchietti.
Ma io resistevo.
Avevo quarant’anni.
E resistevo.
Resistevo.
Resistevo, mentre vedevo il mondo cambiare intorno e all’interno di me. Attonito. (Perché vista da fuori, sembrava assurda e perfino sconvolgente questa perdita di contatto col mondo fisico, questa intermediazione costante del digitale tra noi e il mondo, tra noi e gli altri, tra noi e noi stessi, perfino.)

Ad un dato momento, sembravano tutti impazziti. Amici che erano a tavola con me parlavano ad alta voce con altri, distanti, come se io non fossi lì accanto a loro. Suonerie che risuonavano ovunque. Sguardi puntati tutto il tempo sugli schermi. In ogni luogo e in ogni ora del giorno e della notte. Squilli e conversazioni a cinema, a teatro, sui treni e in chiesa. Selfie in casa, sul cesso, sull’orlo di un precipizio, in biblioteca, alle udienze papali o davanti a stragi e conflitti armati. Telefonini su ogni scrivania, su ogni cruscotto, su ogni cattedra e su ogni banco di scuola.

E tanti di loro, con gli apparecchietti accesi nelle mani, a chiedermi come facessi a farne senza. (La stessa identica questione che pongo io ora a mia madre, una resistente di 80 anni passati con lo sguardo stravolto dalla nostra dipendenza di massa.)

Ricordo sconosciuti che appena mi si avvicinavano e scambiavano con me quattro chiacchiere, mi chiedevano il numero di telefonino e l’account MySpace. Io dicevo di non avercelo, l’apparecchietto. Loro sgranavano gli occhi e osservavano preoccupati che mi sarebbe potuto capitare di tutto, senza il cosetto:
– avrei potuto avere l’improvvisa esigenza di consultare un dizionario o un’enciclopedia, o di comprare indispensabili oggetti online
– avrei potuto avere il bisogno impellente di chiamare qualcuno per chiedere informazioni, scambiare opinioni e dirgli che sentivo l’urgente necessità di sentire la sua voce
– mi sarei potuto trovare all’improvviso davanti a una situazione che doveva essere fotografata
– ma, soprattutto, avrei potuto trovarmi da solo, con l’automobile in panne, di notte, in un luogo sperduto e deserto, senza poter chiamare nessuno in soccorso.

Io ribattevo che non mi sarei mai potuto perdere da solo in una selva scura, perché, oltre al telefonino, non avevo nemmeno la macchina.
E loro, giustamente, mi prendevano per un barbaro, per uno zombie, per un alieno.


Più di cento anni fa il grande fumettista e caricaturista inglese William Kerridge Haselden (nato a Siviglia nel 1872) provò a immaginare cosa sarebbe successo se avessero inventato un telefono tascabile. La vignetta fu pubblicata da “The Mirror” a marzo del 1919 ed è arrivata qui attraverso la pagina Facebook di Emy Canale, che ringrazio pubblicamente per questo gioiello di meravigliosa capacità visionaria.
È la stessa Emy Canale, traduttrice anglofona, a spiegare il gioco di parole che appare ‘virgolettato’ nella didascalia finale: “We shall be ‘rung up’ at the most awkward moments in our daily lives!“, laddove ring up (telefonare, pp. rung up) e wring (pp. wrung, torcere e fig. stressare, costringerebbe a fare qualcosa di non voluto) hanno la stessa pronuncia. Il che la dice lunga sulla capacità che aveva W.K. Haselden di prefigurare lo stress e il cambiamento dello stile di vita che avrebbe comportato l’invenzione dei “pocket telephones“.

Ora ho sia la macchina che il telefonino.
Dopo i quarant’anni li ho presi entrambi e
sono entrato nei ranghi.
Così adesso mi trovo anche io
– con lo sguardo fisso sull’apparecchietto quando attraverso la strada
– e distratto da chi mi sta di fronte mentre metto in scena una comunicazione con gente distante
– e col telefono che squilla in classe o durante una conferenza
– e a controllare i like su Facebook, a impegolarmi in discussioni inutili su WhatsApp, a mandare messaggi davanti a un semaforo diventato verde con i clacson che mi suonano dietro
– e a parlare dei problemi dei social, da dentro i social, sui social.

Ci capita, talvolta, che, nel momento stesso in cui affiorino certi fenomeni di massa, abbiamo l’impressione che qualcosa non vada. Poi, però, ci troviamo ad assumere anche noi atteggiamenti e comportamenti che avevamo deprecato il giorno prima.

Come in una bolla virale che continua a gonfiarsi e sembra essere sempre sul punto di scoppiare e scaraventarci tutti nello spazio come schegge impazzite e fuori controllo (finalmente).

Al margine, un’osservazione linguistica.
Ho utilizzato, in questo breve testo, per ben cinque volte l’aggettivo inglese “social” come sostantivo (plurale) in sostituzione dell’espressione social network(ing), che “identifica un servizio informatico on line che permette la realizzazione di reti sociali virtuali” per consentire agli utenti “di condividere contenuti testuali, immagini, video e audio e di interagire tra loro”. (Treccani online)
È un uso attestato in Italia da almeno dieci anni, uno pseudoanglicismo che scaturisce da un meccanismo di abbreviamento che risulterebbe incomprensibile per un parlante di lingua inglese (al pari di night usato al posto di night club, silver al posto di silver plate(d), smoking invece di smoking jacket, reality invece di reality show, basket per basketball, water per water closet e fake in pigra sostituzione di fake news).
In fondo, si tratta di un principio di economia linguistica antico come la cattiveria (da cattivo, che a sua volta deriva da captivus mali, prigioniero del male, espressione latina da cui noi italiani abbiamo preso la prima parte – quella del prigioniero – e gli spagnoli la seconda – quella del male – per definire l’opposto di ciò che è buono, una persona malvagia, insensibile, incline al male o una cosa dannosa, dolorosa, spiacevole, sgradita, come spero non sia stata per voi la lettura di questo testo. E con questo vi saluto e vi auguro un felice “finde“).