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tra arte, culto, tradizioni e mancanze

Fernando Martins de Bulhões e Taveira Azevedo nacque a Lisbona, nel 1195, da una famiglia benestante di nobili origini e morì a Padova, il 13 giugno del 1231, nella cella buia di un monastero.
Una parabola dalla ricchezza familiare alla povertà ricercata e voluta che ricalca quella di Francesco d’Assisi.

«Se vuoi essere perfetto, va’, vendi ciò che hai, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi». Sostiene Gesù in Matteo 19, 21 (versione Diodati del Nuovo Testamento).

Ma torniamo a Fernando Martins de Bulhões.
Molto probabilmente il suo nome vi dirà poco o niente. Tuttavia, sono certo che vi risulterà più familiare se aggiungo che qui in Italia lo conosciamo come Antonio di Padova (riferendoci alla città dove visse negli ultimi anni 4 o 5 anni della sua vita), mentre in Portogallo lo chiamano António de Lisboa, rimarcando la sua origine lusitana.
Insomma, stiamo parlando di uno dei santi più popolari del calendario cristiano cattolico, già canonizzato 11 mesi dopo la sua morte.

Fernando, aveva cambiato nome nel 1220 per sottolineare il netto mutamento di rotta dalla vita mondana a quella monastica.
Scelse di chiamarsi come il santo eremita, il monaco egiziano copto sant’Antonio Abate, ricordato anche come sant’Antonio il Grande, sant’Antonio d’Egitto, sant’Antonio del Fuoco, sant’Antonio del Deserto e sant’Antonio l’Anacoreta.
Quello delle tentazioni e dell’herpes zoster (cfr. “Requiem“, il romanzo più portoghese di Antonio Tabucchi); il santo che come il Cristo aveva affrontato nel deserto il fuoco di fila delle tentazioni del diavolo, facendo scatenare l’immaginazione di tanta arte pittorica occidentale.

Guglielmetto Fantini, “Le tentazioni di Sant’Antonio”, 1440-50 (Pecetto, Torino, Chiesa di San Sebastiano)
Hieronymus Bosch, dettaglio dal “Trittico delle Tentazioni di sant’Antonio”, 1501 circa (Lisbona, Museu Nacional de Arte Antica).
Giovanni Battista Tiepolo, “Le tentazioni di Sant’Antonio Abate”, 1724–1725 (Milano, Pinacoteca di Brera).
Diego Morelli (Napoli 1823-1901), “Le tentazioni di Sant’Antonio”, 1878 (Roma, Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea).
Salvador Dalì, “La tentazione di Sant’Antonio”, 1946 (Bruxelles, Musée des Beaux-Arts)

Ma torniamo per un momento al nostro santo portoghese, protettore dei viaggiatori, ma anche fonte di ausilio per trovare ciò che abbiamo perso o non abbiamo mai avuto:

Sant’Antonio dalla barba bianca, fammi trovare quello che mi manca”.

A proposito di miracoli e mancanze, i frati della basilica di Padova riportano la storia di una signora sudamericana che, indispettita con il santo che non faceva trovare un marito alla figlia, gettò dalla finestra la statuetta di Sant’Antonio. Ma, miracolo, la statuettà colpì un passante che, di lì a poco, sarebbe diventato suo genero.



Va be’, tanti auguri a tutti gli Antoni, le Antonie, le Antonelle, le Antoniette e derivati.
E che ognuno possa trovare quello che gli manca (anche Sant’Antonio la sua barca bianca – che, immagino, non abbia mai avuto, morto come fu a soli 36 anni, densi di viaggi, prodigi e cambiamenti).