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Grazie o streghe, ma donne, tuttavia

Oggi è il giorno delle “Grazie”, festeggiato da tante amiche, parenti e conoscenti che portano il nome Grazia, Maria Grazia, Mariagrazia, Graziella, Graziuccia, Graziana e grazie a ‘o c…, va be’, m’è scappato… Perdonatemi.

Si tratta, naturalmente, di uno dei tanti nomi con cui è conosciuta la madre di Gesù Cristo nei paesi di cultura cattolica. Maria, nel culto popolare, si moltiplica come una dea dalle mille facce e innumerevoli apparizioni. Ma, apprendo da Nonno Wiki, “la Chiesa cattolica non ha nel proprio anno liturgico una festa specifica per la Madonna delle Grazie: questo titolo è associato a diverse feste mariane in base alle consuetudini locali e alla storia dei singoli santuari.”

Dunque, quello che festeggiamo oggi a Napoli e zone collegate è l’episodio evangelico della visita di Maria a sua cugina Elisabetta, la madre di Giovanni Battista, il futuro decollato.
Ad annunciazione avvenuta, Maria, consapevole ormai di essere incinta, va a fare visita alla cugina, anche lei in attesa, e le resta accanto fino alla nascita di Giovanni. Poi, in un giorno che viene calcolato proprio intorno al 2 luglio, rientra a Nazareth.

Pertanto, quella di oggi è, in un certo senso, la festa della visitazione e dell’attesa immortalata in molti quadri a sfondo religioso, tra i quali, il mio preferito è questo capolavoro di Pontormo, conosciuto come Visitazione di Carmignano.

La scena di forte impatto cromatico e teatrale, inquadra due donne in stato di grazia, che si incontrano affettuosamente, scambiandosi in silenzio le emozioni e le trepidazioni dell’attesa. Sotto i loro drappi si intuisce la presenza di due ingombranti pancioni.
Tra la vecchia cugina (madre tardiva) e la giovane vergine gravida, si instaura un intenso sguardo di intesa. C’è sintonia ed empatia, tra loro, ma forse anche un filo di preoccupazione per il mistero che portano in grembo.
Alle loro spalle altre due donne (come loro, di differente età) hanno uno sguardo perso nel vuoto, che, inevitabilmente finisce per intercettare lo sguardo nostro mentre guardiamo il quadro.
Il tutto in un’atmosfera sospesa, metafisica, rafforzata da un enigmatico dettaglio che si intravede sullo sfondo del quadro: due figure incompiute che sembrano provenire dal futuro, due uomini disegnati con tratti proto-espressionistici che parlano tra di loro, indifferenti alla scena; quasi a sottolineare l’estraneità del mondo maschile da questo incontro tra donne; cose di femmine, insomma…


Di questo capolavoro esiste anche uno studio preparatorio conservato agli Uffizi (il dipinto, invece, è custodito nella chiesa parrocchiale dei Santi Michele e Francesco a Carmignano, in provincia di Prato).


Da questo studio risulta ancora più evidente la composizione “a rombo” dei quattro corpi; un costrutto scenico che sembra ispirato all’incisione di Dürer delle Quattro streghe (1497).

Siamo scivolati, così, dal mondo della religione a quello della magia nera. Ma è evidente che entrambi i quadri sono iscritti in una stessa linea iconografica che parte da molto lontano.
Guardate, per esempio, queste Tre Grazie, risalenti al IV secolo a C.: un piccolo affresco (63 x 60 cm) ritrovato a Pompei e custodito nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Più o meno dello stesso periodo delle streghe di Dürer e della visitazione di Pontormo anche le tre grazie che danzano tra Venere e Mercurio
nella Primavera di Botticelli (1482 ca., olio, 203 x 314 cm, Uffizi, Firenze) e quelle di Raffaello Sanzio (1503 ca., olio, 17 x 17 cm, Museo Condé di Chantilly), dove le tre figure femminili sembrano ricalcare ancor più da vicino la postura classica che ritroviamo nell’affresco pompeiano.

Quanta grazia e quanta bellezza. Soprattutto nel quadretto di Raffaello.

Ma si sta facendo tardi. Chiudo questa serie di madonne, grazie e streghe con un meraviglioso disegno a carboncino e gessetto dello stesso Jacopo Pontormo da cui è cominciata questa piccola rassegna di arte varia (Le Tre Grazie, 1535-1536, 29.5 x 21.2 cm, Uffizi, Firenze).



La posizione danzante pare rimandare alle grazie della Primavera di Botticelli, ma è evidente che qui i riferimenti possono continuare in una catena pressoché infinita di figure femminili raffigurate di volta in volta come divinità, come madonne, come fate o come streghe, ma sempre dotate di ineffabile grazia.

Arrivederci e grazie, sempre, per l’attenzione.