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In napoletano usiamo l’espressione “Nun me fa’ cummattere!” (letteralmente “Non farmi combattere”) per rivolgerci a qualcuno che ci sta facendo perdere la pazienza, come una sorta di monito affinché la smetta di esacerbare i nostri animi.
Personalmente, mi fa pensare a una madre e ad bambino irrequieto (che potrei essere io a otto-nove anni, o mio fratello, mio cugino, un ragazzino spagnolo che mi tormentò l’anima in una stazione di Jaén…). Lui sbuffa, non riesce a stare un attimo fermo, la interrompe mentre lei parla al telefono, dà un calcio a un pupazzo e rompe due bicchieri, spegne la televisione e sale su una sedia appoggiando le mani sull’inferriata del balcone.
Lei, esasperata, sbotta:

Basta, basta!
Nun me fa cummattere!

Nun-me-fa–cu–mma-tte-re!

L’ultima frase la scandisce, come se volesse cercare di entrare nella testa del bambino ed avvertirlo che la misura è colma; come se volesse essere sicura che questa volta lui la stia veramente ascoltando e agisca di conseguenza, prima che tra loro scoppi una tempesta dalle conseguenze imprevedibili.
Un modo severo per implorarlo di smetterla, un avvertimento, un deterrente, un ultimatum per riconquistare un po’ di pace, o almeno una tregua che le dia il tempo per rimettersi in sesto prima di continuare a battagliare.

Nun me fa’ cummattere!
Non farmi combattere!

Suvvia, non fa-te-ci–com-ba-tte-re!

Gaetano Vergara, “BE QUIET!“, 1985



Che poi questo mantra del contenimento, questo

Non fateci combattere.
Non fateci combattere.
Non fateci combattere.

sarebbe il caso di gridarlo tutti i giorni, sulla faccia di coloro che vogliono coinvolgerci nel gioco perverso della guerra.
Di ogni guerra.

E ja’, anciate pace, nun facite ‘e scieme, nun ce facite cummattere.
Smettetela, una buona volta, di trascinarci nei vostri conflitti armati! Lasciateci in pace!
Non fate i bambini! Statevi un po’ fermi e riconsiderate le cose, provatele a vedere da altri punti di vista, dubitate delle vostre granitiche certezze; poi sediamoci intorno a un tavolo, stabiliamo cosa non si debba fare e impegniamoci ad analizzare che cosa si possa fare e come farlo per evitare un escalation di sofferenze. Poco per volta. Ma senza più l’uso di clave, spade, bazooka e altri strumenti di indiscriminata distruzione individuale o di massa.

Giuseppe Scalarini (1873–1948) >>>

E che diamine! Non siamo mica dei cavernicoli in contesa per un pezzo di dinosauro sanguinante, non siamo mica delle bestie feroci in cerca di cibo o dei mostri affamati di potere o di vendetta!



O no?

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