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Tornando a riflettere sul più famoso capriccio di Goya

El sueño de la razón produce mostruos“. (Goya)

Il termine spagnolo “sueño” copre una vasta area semantica che in italiano comprende sia il “sonno” che il “sogno”.
Come per il napoletano “suonno“, la stessa parola indica sia l’atto (e la voglia) di dormire (il sonno) che l’attività onirica che si svolge durante l’atto stesso (il sogno).

Eppure, continuiamo a tradurre la scritta che accompagna la più celebre incisione di Goya come se il “sueño de la razón” si riferisse univocamente alla parola “sonno”, intendendo per essa una sorta di interruzione, un letargo dalla facoltà di pensare.
Tuttavia, se proviamo a pensare che quella scritta ci stia parlando del “sogno” (e non del sonno) “della ragione”, si innestano scenari interpretativi che possono ribaltare la prospettiva illuministica con cui ci hanno abituato a leggerla, aprendo brecce e feritoie di spaventosa attualità.

Cfr.
aitanblog.wordpress.com/2019/10/07/i-mostri-della-ragione/



Il sogno della ragione, l’illusione di incasellare la realtà in categorie precostituite, genera mostri più terribili di un sonno privo di senno e di sogni. Le lucide follie degli orizzonti distopici possono essere più orrende e dannose delle scelte irrazionali dei singoli e dei popoli.

La ragione genera mostri.



Per questo vi vorrei più dubbiosi e meno raziocinanti. Mi piacerebbe avere intorno e sopra di me meno persone che sentono di avere… ragione in modo assoluto e, in virtù di quella ragione, prendono decisioni che finiscono per coinvolgerci (e distruggerci) tutti.

“[…] Ora che sono trascorse le illusioni e le delusioni del positivismo, sappiamo che la ragione, priva del supporto del sentimento, può concepire mondi alternativi e “magnifiche sorti e progressive” che possono rivelarsi più mostruose e nefaste della realtà stessa. Come un pazzo criminale che concepisce un piano perfetto di ammirabile ordito, come un serial killer che applica i suoi piani scellerati con tutta la razionalità che la sua mente lucida gli permette.

Alla luce di questa interpretazione, quel personaggio addormentato non sarebbe tanto l’uomo che nel sonno si priva della ragione e viene sopraffatto dai mostri dell’irrazionalità, quanto piuttosto una metafora della ragione che sogna i suoi mostri e, sognandoli, li evoca e li ri-produce.
Insomma, in questa prospettiva, un visionario come Goya, usando “sueño” nella sua accezione onirica, avrebbe previsto prima quello che a tanti sarebbe stato chiaro dopo (dopo l’aria irrespirabile e lo smog dei quartieri industriali della Londra del XIX secolo e della New Delhi del XXI secolo, dopo il terrore giacobino e lo strapotere napoleonico, dopo i Lager e i Gulag dei sogni totalitari, dopo due guerre mondiali, dopo l’atomica e i disastri nucleari, dopo l’inquinamento planetario e le isole di plastica, dopo la cementificazione di mezza Europa, dopo le emergenze climatiche e i disastri ambientali del Brasile, dell’Africa e della Cina).
Il sogno della ragione ha generato i suoi mostri che turbano i nostri sonni più delle bestie svolazzanti prodotte dall’abuso o dall’assenza della ragione nell’acquaforte di Goya […]”.



È forse giunta l’ora di allontanarsi dalla ragione e vivere nel torto oppure di imparare ad essere persone sentipensanti, capaci di sognare ragionando e ragionare sognando.
Ma questo potrebbe essere solo un paradosso della retorica privo di un vero appiglio nella realtà; e poi non voglio mettere troppa carne e troppa anima al fuoco: delle persone sentipensanti preferisco parlarvi un’altra volta, appoggiandomi, come faccio spesso, sulle spalle di Galeano e su quelle, più incerte, di Gaetano (che poi sarei io, in qualche modo).