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Non perché tutti siano superesperti, ma perché nessuno ne resti intrappolato.



Sei anni fa, giusto sei anni fa, questa mia riflessione sul Piano Nazionale Scuola Digitale.

A un anno dall’introduzione del PNSD nella scuola italiana, mi concedo un momento di riflessione sul ruolo dell’animatore e del team per l’innovazione digitale negli istituti nazionali di ogni ordine e grado.

L’informatica e le reti digitali sono ormai una realtà pervasiva, ma la scuola italiana, in molti casi, sembra essere ancora ferma ai tempi del calamaio e del gessetto bianco che stride sulla lavagna nera.
Le nuove generazioni entrano in classe come in un viaggio nel tempo in cui anche le LIM appese in qualche stanza al muro sembrano un oggetto non identificato, trovato là per chissà quale sbalzo spazio-temporale.

In quest’ottica, il team digitale credo debba farsi carico di promuovere la necessità di un cambiamento di rotta, diffondendo e catalizzando esperienze innovative, capaci di tenere la scuola al passo coi tempi. Ma bisogna stare attenti; l’esigenza di mutare l’esistente non deve far trascurare un’altra esigenza altrettanto incombente: quella di mettere in guardia tutta la comunità scolastica sui rischi connessi a un uso sconsiderato e acritico delle nuove tecnologie sia dentro che fuori dalle mura dei nostri istituti.

Dall’avvento dei social network, il più delle volte, l’uso che fa un ragazzo dell’informatica si limita allo scambio di messaggi istantanei ed alla lettura e al copia e incolla di stati su Facebook, oppure si riduce a un clic pigiato in modo più o meno indiscriminato in calce ai post altrui. La mia impressione è che la loro (e ormai anche la nostra) sia il più delle volte una lettura piuttosto distratta seguita da un altrettanto distratto movimento delle dita sul tastino del “like” o su quello di schematiche faccine che non possono certo riassumere la complessità e la ricchezza dei sentimenti e degli stati d’animo che attraversano e pervadono le nostre vite.

Checché ne pensino i loro genitori, i cosiddetti “nativi digitali” sono spesso incapaci di utilizzare in modo competente un tablet, un computer o anche uno smartphone: la maggior parte dei nostri studenti delle scuole superiori non sembra essere in grado di fare una seria ricerca in internet, di inviare una semplice mail o di formattare un testo in modo chiaro, efficace ed adeguato.

Su questi presupposti, l’educazione e la formazione nell’era digitale dovrebbero puntare soprattutto a risolvere questi problemi di alfabetizzazione informatica, aiutando i ragazzi, i genitori e i colleghi ad un uso più consapevole e critico delle potenzialità e dei rischi che comportano le nuove tecnologie.

Non si può introdurre internet in ambito scolastico senza dare agli alunni gli strumenti per discriminare e mettere in connessione dati ed eventi e senza far capire loro quanto possa essere inefficace e perfino ambiguo un linguaggio impoverito anche quando si comunica attraverso una chat, un SMS o altri servizi di messaggistica istantanea.

Altrimenti rischiamo di lasciare le nuove generazioni sole davanti a “Falsebook”, nelle loro camerette, vittime di colossali bufale e incapaci di sviluppare un pensiero critico e di comprendere ed esprimere pensieri, sensazioni e sentimenti complessi.
Una scuola che trascuri queste problematiche sarà per sempre una parallela destinata a non incontrarsi mai con la realtà delle vite dei suoi alunni, un mondo a parte sganciato dalle esigenze del presente e del futuro.

Sei anni dopo, dopo la pandemia e la sua scia infodemica, dopo l’ascesa e la crisi di Facebook, dopo l’uso diffuso e diffusamente incompetente degli strumenti di comunicazione a distanza anche per uso didattico (Zoom, Meet, Team, WebEx e compagnia cantante), dopo la divulgazione pervasiva dei pensierini sul digitale dei Crepet e dei Galimberti, dopo la sostituzione di tante LIM con Monitor Touch (altrettanto maldestramente utilizzati) nelle scuole italiane, dopo l’affermazione di TikTok e dopo l’avvicendarsi di 7 ministri in sei anni,* i problemi stanno tutti là.

Resta un grande e diffusa esigenza di alfabetizzazione informatica e resta il bisogno di arrivare ad un uso consapevole ed efficace delle risorse disponibili. Anche ai fini di un pieno e compiuto esercizio dei nostri diritti e dei nostri doveri nell’ambito delle comunità reali e virtuali in cui si svolgono le nostre vite.

Già nel 2012 Douglas Rushkoff (in “Programma o sarai programmato. Dieci istruzioni per sopravvivere all’era digitale”) osservava molto opportunamente come “un’intera società che considerava Internet un percorso verso interconnessioni positivamente articolate e nuove metodologie per la creazione di significato, si ritrovi invece disconnessa al suo interno, priva di riflessioni profonde e svuotata di valori duraturi”.

Su questi presupposti e in mezzo a questa rete caotica di problemi e questioni, ho lavorato negli scorsi due anni con tanti alunni e colleghi a questo progetto sulla cittadinanza digitale che torno a proporvi qui.


Non una soluzione, ma una goccia nel mare magnum di internet.
Non perché tutti siano superesperti della rete, ma perché nessuno ne resti intrappolato.


* Ma ve li ricordate almeno i nomi degli ultimi sette Ministri dell’Istruzione? Io, lo confesso, ho cercato su Wikipedia. Eccoli qua, vi risparmio il minuto di ricerca: Stefania Giannini, Valeria Fedeli, Marco Bussetti, Lorenzo Fioramonti, Lucia Azzolina, Patrizio Bianchi e Giuseppe Valditara.


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