quaranta anni di canzoni stonate e musiche fuori tempo
La chitarra è una chitarra di battaglia. Me la regalarono i miei genitori quando avevo 14 o 15 anni. È una chitarra classica economica, ma non indecente. Una Giannini. Uno strumentino di origine brasiliana. Fin dai primi giorni in cui provavo ad accompagnarmi per cantare Lolli, De Andrè, Guccini, Dalla, Bennato (Eugenio ed Edoardo), Branduardi, Murolo, Pete Seeger e Bob Dylan, mia madre mi diceva: “Gaita’, Gaita’, sona, ma nun canta’!“. Non sono mai stato intonato, ma magari se non fossi stato inibito fin dai primi tentativi di accennare un canto, oggi avrei potuto cavarmela almeno un po’. Pare che nessuno sia stonato fino in fondo e che con un po’ di esercizio e la guida giusta… Boh!? Non so. Da allora ho comprato o ricevuto in dono decine di strumenti e strumentini apprendendone almeno vagamente la tecnica (una ciaramella, altre chitarre, un ukulele, un guitalele, una tromba, una fisarmonica, un salterio, un sax soprano, un sax elettronico, una tastiera, un flauto traverso, varie ocarine e flauti etnici, un duduk, un re.corder, piccole percussioni, nacchere, un paio di armoniche, una diatonica, mini-marimbe, flauti di Pan e xilofoni). Ma sono diventato soprattutto un ascoltatore compulsivo e un buongustaio onnivoro. Mentre desafinado lo sono restato, per sempre. (Chiaramente quella di buongustaio è una definizione soggettiva e compiacente. Quella dell’essere onnivoro è una certezza. Ragion per cui, trovo del buono in tutti i generi di musica e in tutte le generazioni di musicisti. Ma in tutti i generi e le generazioni trovo anche un sacco di fuffa inascoltabile). Poi, di tanto in tanto, torno pure a strimpellare e mia figlia, puntualmente, mi fa: “Papà, papà, parla, parla, ma nun suna‘!”.
E c’aggia ffa’? È destino. M’aggia ‘sta zitto e nun pozzo manco cchiu’ stuna’!
Ogni tanto, però, mi chiudo in stanza e mi metto segretamente a suonicchiare e a mugugnare qualche melodia. Soprattutto standard di jazz, canti di protesta sudamericani e classici della bossa nova e del tropicalismo brasiliano. E, occasionalmente, qualche volta mi registro e oso postare in giro queste sconcezze qua.
I miei consigli canori alla Presidente Meloni e al Comandante Salvini
Per il prossimo karaoke, consiglio alla Premiata Ditta Salvini-Meloni questa versione alternativa della Canzone di Marinella.
Questa di Marinella è la storia vera, lavava i piatti da mattina a sera e un uomo che la vide così brava pensò di farne a vita la sua schiava.
Così, con l’illusione dell’amore, che le faceva batter forte il cuore, s’inginocchiò davanti a quell’altare e disse tre volte “sì” per non sbagliare.
Lui ti guardava mentre pulivi, forse leggeva mentre cucinavi; te ne accorgesti senza una ragione che la sua casa era la tua prigione.
C’era la luna e ancora non dormivi, dopo l’amor no, tu non dormivi: sentisti solo sfiorare la tua pelle, lui ebbe tutto e ti girò le spalle.
Dicono che spesso con cipiglio lui ti chiedesse un figlio; tu eri stanca, grassa ed avvilita, avevi solo figlie dalla vita.
Ma un giorno, mentre a casa ritornava, vide una mostra che la riguardava: cambiare poteva la sia condizione col Movimento di Liberazione cambiare poteva la sua condizione col Movimento di Liberazione
Si tratta della parodia che negli anni ’70 il Movimento Femminista Romano fece della più popolare canzone di Fabrizio De Andrè, che pare sia il cantante preferito di Salvini. Anche se mi pare di ricordare che qualche anno fa il proteiforme Matteo dichiarò il suo amore per Guccini, che gli rispose così.
In ogni modo, per la prossima sessione di karaoke mi permetto di suggerire al duo (con accompagnamento di Berlusconi al piano) qualche altro brano. Tipo: – Nella mia ora di libertà (sempre di De Andrè). Quella che fa:
Certo bisogna farne di strada Da una ginnastica d’obbedienza Fino ad un gesto molto più umano Che ti dia il senso della violenza Però bisogna farne altrettanta Per diventare così coglioni Da non riuscire più a capire Che non ci sono poteri buoni Da non riuscire più a capire Che non ci sono poteri buoni
– La locomotiva (di Guccini). Simpatico sentirli intonare:
Ma un’ altra grande forza spiegava allora le sue ali, Parole che dicevano “gli uomini son tutti uguali” E contro ai re e ai tiranni scoppiava nella via La bomba proletaria e illuminava l’ aria La fiaccola dell’anarchia, La fiaccola dell’anarchia, La fiaccola dell’anarchia…
– Meno male che adesso non c’è Nerone di Edoardo Bennato. Perfettamente in tema.
Meno male che adesso non c’è Nerone no no Meno male che adesso non c’è Nerone Ed alle feste che organizzava C’era il bel mondo ed anche lui suonava Gli altri all’aperto senza protestare Se no aumentava le tasse da pagare
Meno male che adesso non c’è Nerone, no no no Meno male che adesso non c’è Nerone Però in fondo ci sapeva fare E per distrarli dalle cose serie Ogni domenica li mandava in ferie Tutti allo stadio a farli divertire
– E per concludere, un brano meno popolare ma straordinariamente attuale di Fausto Amodei. Si chiama Se non li conoscete.
…
P.s. Poi mi sorge dentro il dubbio di star facendo il loro gioco, di esser stato di nuovo adescato come un pesce all’amo. “Parlatene bene o parlatene male non importa, purché se ne parli”. Frase attribuita a Mussolini che segue da vicino il solito Oscar Wilde, che fece dire a Dorian Gray: “There is only one thing in the world worse than being talked about, and that is not being talked about“.
Ma non deve essere neanche questo. La premiata ditta in questo momento non credo sia in cerca di visibilità (almeno a livello nazionale).
C’è qualcosa che mi sfugge. Forse sono solo indifferenti, o coglioni che fanno vedere che si divertono mentre altrove si muore come da sempre si muore.
Ho visto un re Sa l’ha vist cus’e’? Ha visto un re! Ah beh, sì beh Un re che piangeva seduto sulla sella Piangeva tante lacrime Ma tante che Bagnava anche il cavallo Povero re E povero anche il cavallo Sì beh, ah beh, sì beh, ah beh
Povero re, e povero anche l’annegato. Questa (se non la conoscete) era di Dario Fo e Paolo Ciarchi e la cantava Jannacci.
Recensione dell’ultimo album del cantautore con nome da latin lover
Il Furore Composto di Porfirio Rubirosa
Un album, non una raccolta di canzoni venute fuori a cazzodicane nel tempo, ma un album composito e unitario come si faceva una volta. Il Furore Composto di Porfirio Rubirosa. Un concept album e un album concettoso assai – a tratti pure concettista – che in una mezz’ora abbondante, senza soluzione di continuità, senza pause tra una traccia e l’altra (salvo il passaggio dal lato A al lato B per chi compra la versione in vinile), racconta uno a uno i sette vizi capitali; ogni titolo un vizio in cui riflettersi e rivedersi un poco deformati come nelle specchio delle acque di un fiume che fluisce mentre restituisce l’immagine di noi e del mondo che ci gira intorno.
Di primo acchito mi viene da pensare a Non al denaro non all’amore né al cielo di De Andrè, chissà poi perché. Forse per i titoli tutti preceduti da un articolo indeterminativo, forse per la copertina surrealdadaista, forse per la voce che scandisce in modo chiaro le parole, forse per l’unitarietà dell’intero album. Anche se lo so che Porfirio è più ciampiano e dylaniano (nel senso di Bob) che deandreano.
Ma lui, da buon dadaista, conosce la storia e pesca dappertutto, dai classici ai contemporanei, per tutto stravolgere e riproporre come i baffi attaccati sulla Gioconda o un cesso esposto in un museo. La sua è una poetica delirante, citazionista ed esperpéntica che ti restituisce una realtà deformata e illuminata da guizzi di intuizione che vengono da vicino e da lontano.
E infatti, appena lasci partire il disco, la stanza si riempie di una voce spiazzante che parla in greco antico; un po’ come le prime battute di Arbeit Macht Frei degli Area riempivano la stanza d’arabo e profumi d’oriente. Quello che ascoltiamo è niente di meno che un testo di Omero, il primo degli aedi, il cantore dei cantori della cultura occidentale che ci parla della iubris, la superbia che scatenò la guerra di Troia. Ma non vi spaventate, il lamento di Tersite (lo “sfrontato”) dura meno di un minuto; dopo comincia Porfirio a cantarvi la perseveranza del vizio di Agamennone oltre duemila anni dopo le storia dell’Iliade e l’ira funesta che infiniti danni addusse.
Eccolo qua, dunque, Porfirio Rubirosa, il cantautore che ha rubato il nome a uno scapicollato diplomatico, pilota automobilistico e playboy latino (morto schiantato contro un albero a Parigi, con la sua Ferrari, dopo 5 ricchi matrimoni e decine di relazioni sentimentali che comprendevano nomi evocativi e incredibili come Marilyn Monroe, Dolores del Río, Ava Gardner, Rita Hayworth, Soraya, Kim Novak e Zsa Zsa Gábor), eccolo qua, il novello Porfirio che ci dà la sua versione contemporanea di Un superbo. Una superbia della nostra epoca in cui ognuno si sente speciale perché ognuno può godere dei suoi warholiani 15 minuti di celebrità (“In the future, everyone will be world-famous for 15 minutes“).
Ci sentiamo tutti Un po’ speciali Con la paura Di esser normali Mia figlia alla primaria è La prima della classe Il mio bambino a calcio è Un vero fuoriclasse Sentissi come suona la pianola Anche al mio cane manca la parola […] Povera Italia Nulla va dritto Ci vorrebbe lui… O il sottoscritto
Ma in fondo quella che regna è la paura, la paura di invecchiare dimenticati, la paura di non essere esistiti, di morire invisibili.
Ci sforziamo tanto Di esser qualcuno Per il terrore Di esser nessuno Come i vampiri Fuggiam gli specchi Nel desolato stillicidio Del diventare vecchi
In un crescendo di schitarrate elettriche postpunk, la superbia sfuma nella seconda traccia che, a ritmo di valzer, scivola nel vizio comune di Un avaro roso da un’altra paura, la paura di non farcela ad affrontare un futuro sempre più oscuro e pieno di incertezze.
Ho paura del futuro Di un licenziamento prematuro Di finire sotto un ponte […] La mia casa devastata da un ciclone Rovinato dalla crisi del mattone […] Ho paura quando vedo un mussulmano Quando sento puzza di metano Ho paura dell’ago di una siringa Della spina in gola se mangio un’aringa Ho paura della luce spenta Di chi si fa ragione con violenza Di chi è gentile e mi invita a cena Per poi piantarmi una forchetta sulla schiena […]
Insomma, l’avaro è uno che ha paura di tutto e di tutti, perfino dei linotipisti, che sembrano venuti fuori direttamente dal mare profondo di Lucio Dalla; e allora, si rinchiude in se stesso e costruisce steccati, muri e barriere.
Ho paura di restare solo Che rispuntino i contagi di vaiolo Di morire di morte violenta È per questo che non volo E pertanto è meglio che non spenda niente Che mi astenga da contatti con la gente
Subito dopo, con un atteggiamento uguale e contrario a quello dell’avaro, arriva Un lussurioso, uno che i contatti li cerca, tutti i contatti possibili, ma non si sa quanto reali o virtuali; come un hikikomori che consuma porno dal chiuso della sua cameretta in cui non esce più nemmeno per mangiare, e ci sciorina tutto l’elenco delle donne (reali o immaginarie) con cui ha consumato giornate e nottate d’amore. L’elenco è gustoso e divertente. Fluisce in modo perfino scanzonato (anche nei versi più contundenti) fino a una coda che ci riporta dritti dritti su su fino a un orgasmo pinkfloydiano che cita senza pudore gli spasimi lirici di The Great Gig in the Sky (l’assolo vocale è di Sara Lupi).
Anna faceva l’amore con la luce spenta Federica non godeva neppure se non era violenta Chiara ripeteva ogni volta che il sesso è gioia Margherita si eccitava soltanto se la chiamavi troia E io Io me ne stavo da dio Come sui banchi di scuola Nudo tra le lenzuola Con Francesca l’ho fatto un’estate nel cesso di un treno Schizzinosa come Rita, nessuna, non lo toccava nemmeno Alessandra lo negava sempre, ma voleva dei figli Sonia non si accontentava mai, e dispensava consigli
E così via, con Loredana che lo voleva in vesti da ufficiale nazista, Giovanna l’igienista che pretendeva che facesse sempre prima il bidet, Marta seguace del poliamore, Maria che si guardava allo specchio, Jenny che dopo piangeva, Eleonora e le sue manette e perfino un intermezzo di Marylin con la voce di Sara Lupi che sussurra Bye, bye Mister President.
Poi, restando sempre così, in equilibrio instabile tra la leggerezza e la profondità, Porfirio veste le vesti di Un invidioso, un odiatore seriale che esprime tutta la sua contrarietà verso gli intellettuali, la pioggia, il sole, i benpensanti, gli anticonformisti, gli ignoranti, “gli esseri pensanti, vivi, morti, donne, uomini”…
Odio proprio tutti quanti Odio i vecchi ed il concetto che si stava meglio ieri Tutti quanti gli incendiari c’han le tute da pompieri Odio i giovani che godono nel dare dispiaceri, Una cosa è certa, che si stava meglio ieri […] Odio politici, tifosi, preti, santi, imprenditori, attori, giudici, avvocati, odio pure i cantautori Odio tutto, anche l’odio, odio pure il sottoscritto, È una gara in solitaria in cui non esci mai sconfitto
Un odio che monta e si trasfigura nell’invidia seriale del social hater che passa la vita a vedere la vita degli altri che scorre su uno schermo piatto che gli fa da finestra e da specchio.
“Nel frattempo un nuovo vizio” e, così, “all’improvviso”, arriva Un goloso che mette in mostra il suo attaccamento per il cibo andando a spasso nel tempo, avanti e indietro, da Lutero a Carlo Magno e a Leone III, da Rabelais a Sartre a dal gourmet Auguste Escoffier a Dante ed alla sua condanna eterna per i peccati di gola. Una ballad lenta e cullante arricchita da suadenti e insinuanti assoli di chitarra che non riescono a nascondere un vuoto incolmabile che nessun cibo riuscirà a soddisfare.
Ma di questo vuoto ne ho abbastanza Che non lo riempie una pietanza Mi squarto la pancia col taglierino E poi mi estraggo l’intestino In cerca di risposta e di speranza Ma trovo solo cibo in abbondanza
In coda, il tenore Jacopo Pesiri canta il passo della Divina Commedia, dedicato a Ciacco, il goloso (Inferno, VI, vv. 34-75).
Non finisci neanche di digerirlo e già è la volta di Un iracondo. Un brano lento e arpeggiato, persino commosso, sui rapporti familiari e l’influenza che hanno i vizi dei padri sulla vita dei figli.
Quel che si dice a volte in presenza di un bambino Può minarne la vita, segnarne il destino Se ora io sono, se sono quel che sono Un’impalcatura di difetti che sostiene un uomo Ti devo soltanto la mia ossessione Di essere il contrario di te in ogni mia azione.
Uno dei brani più belli dell’album, se mi è concesso separare la parte dal tutto.
A seguire, dopo un bridge in cui si dichiara che il testo precedente era tutto un sogno, al suono incalzante di un ukulele in stile hawaiano, arriva l’ultimo pezzo del mosaico, l’ultimo vizio, l’ultimo peccato capitale, quello di Un accidioso.
Una bella ballata che racconta di una coppia di contadini, di un mulo e della gente accidiosa che dal bar li critica sia che in sella al mulo ci sia solo lei, sia che ci sia solo lui, sia che ci siano entrambi, sia quando decidono di non montarlo affatto, il mulo. Alla fine, i due contadini decidono di fare del mulo un brasato ed abbandonare la vita dei campi per darsi anche loro all’accidia della vita di città. Ma è già lì una nuova coppia di paesanotti da criticare standosene seduti al bar del paese, o a casa, dietro lo schermo di un computer o di un telefonino.
I paesani sghignazzano al fresco dell’ombra di un muro scrostato fumando Muratti: “Questi c’hanno il mulo e neppure ci salgono sopra…più scemi che matti!” Ora la moglie è a casa alle prese col mulo, col mulo brasato Nei campi l’erba ormai è alta, è tutto, è tutto abbandonato Il contadino è sempre al bar con gli amici, con gli amici che beve Poi un giorno un nuovo contadino, con la moglie ed il mulo, arriva in paese…
I sette vizi capitali finiscono qui. Ma ti restano dentro tanti suoni e tante parole che dicono anche dei tuoi vizi e dei tuoi peccati, chiuso in una stanza che ti tiene sempre più appartato dal mondo e separato dalla realtà extravirtuale, con i suoi afrori, i suoi odori, le puzze, i suoni, i lividi, le carezze e i sapori. Con le sue gioie e i suoi furori antieroici e composti.
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Note pratiche
L’album, prodotto artisticamente da Fabio Merigo, si può acquistare in vinile o in CD, scrivendo all’etichetta Isola Tobia Label per riceverlo, con tanto di autografo di Porfirio Rubirosa, direttamente a casa, senza muovere il culo dalla sedia.
Le vittime innocenti delle guerre in un video dei Tproject
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La storia è una buona maestra ma i suoi alunni sono svogliati e disattenti. Per quanti esempi lei tracci sulla lavagna del tempo, loro non vogliono e non riescono a imparare.
Di guerra si continua a morire. E non si muore solo da soldati.
E così, ogni 27 gennaio torniamo a piangere i morti del ‘900 senza svestirci della nostra indifferenza di fronte ai morti disseminati sui campi del presente. Morti di ogni età e di ogni latitudine che continuano a cadere sotto le bombe; come i bambini di questo video dei Tproject di quattro anni fa. Morti di guerra, di fame e di stenti o rimasti orfani a seguito dei conflitti degli adulti.
Troppo comodo considerare il passato come un film commovente e poi continuare ad essere indifferenti di fronte alle morti, ai razzismi e alle discriminazioni che crescono ogni giorno dentro e fuori di noi.
Non facciamo della memoria un altro sepolcro imbiancato, lasciamola agire nel corpo della nostra società e nelle nostra stessa coscienza, per fare meglio e diventare migliori. Rendiamoci conto che è insensato celebrare un rituale della memoria commuovendosi per ciò che stato, senza muoversi davanti a ciò che è e torna a ripetersi. Come se non ci fossero altre strade da percorrere, tracciare o creare.
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“La memoria della Shoah, serve sì a onorare il passato e le vittime, ma è soprattutto uno strumento per il presente e per il futuro affinché ciò che è stato, non possa ripetersi mai più. Per questo abbiamo tutti il dovere di ricordare“. (Moni Ovadia)
Concerto per Piero Ciampi all’Auditorium Bianca D’Aponte di Aversa di JR & friends
Ieri, nell’auditorium Bianca D’Aponte di Aversa, si è tenuto uno splendido concerto per ricordare Piero Ciampi, uno dei tanti artisti che abbiamo imparato ad apprezzare più da morti che in vita. Mannaggia ‘a morte!
Il concerto si inseriva in una più ampia serie di eventi che, a partire dal 19 gennaio, si sono tenuti in una decina di città sparse in tutta Italia sotto l’egida del Premio Ciampi – Città di Livorno.
Piero Ciampi morì quarantatré anni fa, nel gennaio del 1980, a soli 45 anni d’età, dopo una vita vissuta ai margini della società e del sistema musicale italiano. “Una vita a precipizio”, per dirla con le parole del suo brano “L’assenza è un assedio”.
Ciampi era un artista per artisti, un disperato, un non allineato, uno dei primi cantautori italiani, un maudit, un maledetto che qualche volta sembrava anche compiacersi della sua maledizione e dei litri di vino e whiskey che ingurgitava con sfrenata passione. Uno con “tutte le carte in regola / Per essere un artista: / Ha un carattere melanconico, / Beve come un irlandese. / Se incontra un disperato / Non chiede spiegazioni / Divide la sua cena / Con pittori ciechi, musicisti sordi / Giocatori sfortunati, scrittori monchi”.
Questi che avete appena letto racchiusi tra due virgolette sono versi della sua canzone “Ha tutte le carte in regola“, un brano ripreso anche da Gino Paoli in un album del 1980 che raccoglieva una serie di composizioni di Ciampi, pubblicata proprio nell’anno della sua prematura morte.
“Ha tutte le carte in regola” sembra essere anche una sorta di anello di congiunzione tra il livornese Ciampi e l’ambiente musicale napoletano, visto che la band che in quegli anni accompagnava Paoli era formata integralmente da musicisti partenopei di prim’ordine. C’erano Gianni Guarracino alle chitarre, Fabrizio D’Angelo alle tastiere, Aldo Mercurio al basso, Rosario Iermanno e, in un brano, anche Toni Esposito alle percussioni, Elio D’Anna al sax e Franco Del Prete alla batteria. Ed ecco che, proprio attraverso questo album preso in prestito dal maestro Franco Del Prete, Jennà Romano si avvicina all’arte compositiva di Piero Ciampi, innamorandosene a tal punto da realizzare nel 2012 un documentario e un intero album dedicati al nostro perdente di successo.
L’album di JR si intitolava “…e se il mondo somigliasse a Piero Ciampi…”, come il concerto di ieri sera e, dentro una meravigliosa copertina di Salvatore Di Vilio, includeva quattro classici di Piero Ciampi: “Il vino” (cantata in napoletano) “Tu no”, “Ha Tutte le carte in regola” e “In un palazzo di giustizia”, più cinque brani inediti “La fiamma di una candela”, “Quello che ho di te”, “La Troia”, “Maria” e “Una vita corta”.
Il concerto di Aversa ha fatto rivivere la passione ciampiana di Jennà amplificata dall’ausilio di una serie di artisti ed amici del suo entourage artistico: il sassofonista Giovanni Sorvillo, i pianisti Filippo Piccirillo e Lorenzo Natale, il cantautore Antonio del Gaudio, l’attore Pio Del Prete, il cantante, autore e attore teatrale Patrizio Trampetti, cui si è aggiunto uno “straniero” di grande pregio e valore, il cantautore Porfirio Rubirosa from Venezia, Italia del Nord.
Porfirio, come tutti gli artisti che si sono avvicendati ieri sul palco dell’Auditorium D’Aponte, è un cantautore fuori dagli schemi, ma auguriamo a lui e a tutti loro di non essere anche fuori mercato e di essere pienamente riconosciuti per il loro talento prima di diventare postumi. Anche se è il caso di dire – con Patrizio Trampetti – che ormai sembra non esserci nemmeno più un mercato per chi continua ostinatamente a realizzare dischi.
La verità è che “qui continuiamo a preoccuparci del supporto su cui si conserverà la musica nelle nostre case e tra le nostre cose (vinile, cd, pendrive, cloud, ri-vinile) mentre il mercato musicale da solido sta diventando liquido, gassoso, evanescente. Con tutte le conseguenze del caso per le maestranze, i manager, i maneggioni, i maestri, i mestieranti e i mercanti che gravitano intorno al tempio.”
Ne parlavo proprio su questa pagina qualche anno fa. E da allora le cose sonno solo peggiorate.
Ma proviamo a rivivere il clima ed i contenuti del concerto di ieri.
Lo spettacolo si è aperto con due brani di Jennà Romano di atmosfera ciampiana: “Quello che ho di te” e “La fiamma di una candela”.
Poi, accompagnandosi al bouzouki e intrecciando le sue note con il piano sapiente di Filippo Piccirillo, Jennà ha cantato “Tento Tanto”, un brano di Piero Ciampi (mai pubblicato prima della sua morte e ricavato da un provino su nastro) che Jennà aveva già interpretato un paio di anni fa con Roberto Del Gaudio e che ha riarrangiato per questa serata con un bel finale a tempo di tango.
Di seguito, un altro brano di JR, “Zollette di stelle”.
Io sono quello che non ha mai avuto un ombrello e se piove d’amore non si sa riparare. Io sono quello che tra zollette di stelle si ferma a guardare ma senza toccare, senza mangiare.
[…] Io sono quello che è morto vivo a dieci anni che ha visto solo la musica così da lontano e si è fatto prendere la mano.
Sono le cose che guardo la sera che mi fanno sentire che il mio stomaco è vivo e vivo anche se vivo male e vivo per me.
A questo punto si è unito a Jennà e a Filippo, Antonio Del Gaudio per cantare una bella versione a due voci di “Non chiedermi più”, un valzer struggente e disperato di Ciampi, il suo unico brano inciso a due voci con Lucia Rango e ripubblicato recentemente nel bellissimo album “Lucia Rango canta Piero Ciampi” (Anni Luce, 2022).
Poi Antonio Del Gaudio, con la sua lucida follia surreal-dadaista ci ha fatto sentire il suo monologo di Duccio, in cui interpreta un padre e un figlio su una spiaggia fronte mare. Il papà cerca di leggere il giornale, mentre il figlioletto, invece di giocare alle formine, formula un crescendo di domande imbarazzanti ed esistenziali che vanno da “Cosa c’è dopo il mare?” su su fino a Dio, l’infinito e oltre. Il tutto con un sottofondo pianistico sapientemente suddiviso tra la voce del padre accompagnata dalla mano sinistra sulla tastiera e quella del figlio dalla destra.
Anche in questa follia aleggiava lo spirito di Ciampi, come nella rabbia del brano di JR “Pensare libero”, costruito su un anaforico “Mi sono rotto il cazzo” ripetuto decine di volte come in un mantra liberatorio di chi vuole affrancarsi dai condizionamenti, dai luoghi comuni, dai politici corrotti e dagli imperativi del mercato.
Sempre di Jennà anche, “Dietro quelle porte”, introdotto dalla voce recitante di Pio Del Prete. A seguire, “‘A vita è mo”, un bel testo postumo di Franco Del Prete musicato e arrangiato da Jennà come un moderno bolero latino e cantato ieri sera insieme con Lorenzo Natale, che lo accompagnava anche al pianoforte.
Molto bella e sentita la versione di “Tu no”, classico ciampiano, interpretata da JR accompagnandosi, in solitaria, alla chitarra. Poi è stata la volta di un’altra composizione di Jennà, “Brilla una stella”, dedicata a Bianca D’Aponte, talentuosa cantautrice aversana scomparsa improvvisamente all’età di 23 anni, quando aveva ancora tante emozioni da condividere e tutto lasciava credere che non le mancasse tempo… È stato molto commovente ascoltare quel brano nell’auditorium a lei dedicato in una serata dal forte impatto emotivo in cui aleggiavano gli spiriti di Bianca, di Ciampi, di Francesco Silvestri, di Fausto Mesolella, di Franco del Prete e di tanti artisti ed amici che ci hanno lasciato troppo presto; incluso Jeff Beck, un’altra stella del suo firmamento che JR aveva anche rievocato nel suo libro di racconti e canzoni “Il lanciatore di donne”. Jeff Beck ci ha lasciato una decina di giorni fa, ma qualche volta mi è sembrato di sentire anche lui, ieri sera, tra le corde delle chitarre e le pedaliere di Jenna’.
Di seguito, due brani di Ciampi accompagnati, il primo, da Filippo e, il secondo, da Lorenzo al pianoforte (ed anche alla voce): due pezzoni: “Il Vino” (nella versione napoletana di JR) e “In un palazzo di giustizia”.
A questo punto è arrivato Pofirio Rubirosa, l’ospite del Nord, che ha tenuto sapientemente la scena con un trio di bei brani: – “La confusione”, una sua canzone quanto mai attuale e pungente – “Ha tutte le carte in regola”, cantata insieme con Jennà – “La Troia” di Jennà che ha saputo fare sua con verve istrionica accresciuta dall’accompagnamento del sax potente e graffiante di Giovanni Sorvillo che faceva da controcanto alle voci di Porfirio e JR.
Ma lasciate che vi dia un consiglio: andatevi a sentire anche l’ultimo brano di Porfirio, “Il lussurioso”, un bella canzone suggellata da una coda erotico-pinkfloydiana. Porfirio è un ciampiano di stretta osservanza; una passione, mi ha detto, che è pari solo a quella che ha per Papà Dylan (Bob, intendo).
Dopo, una divertente e divertita esecuzione de “La mela” ad opera di Jennà Romano e Giovanni Sorvillo, il concerto si è concluso con la voce sempre fresca e potente di Patrizio Trampetti, che ha interpretato la sua “Feste di Piazza“, portata al successo da Edoardo Bennato nel ‘75, nell’album “Io che non sono l’imperatore”.
Gran finale con tutti gli artisti sul palco a cantare “Il Vino” di Ciampi in italo-napoletano con coro e accompagnamento clap clap del pubblico soddisfatto e numeroso.
E io stamattina qua a riscrivere la serata a modo mio prima di buttarmi nei ritmi forsennati di una nuova settimana:
Andare camminare lavorare il passato nel cassetto chiuso a chiave il futuro al Totocalcio per sperare il presente per amare non è il caso di scappare andare camminare lavorare andare camminare lavorare dai, lavorare!
[…]
(Pompieri, pompieri!) E che cos’è questo fuoco? Pompieri, pompieri, voi che siete seri, puntuali Spegnete questi incendi nelle case, nelle anime, nei conventi Rapide fughe, rapide fughe, rapide fughe
Tutti abbiamo da augurarci qualcosa e tutti abbiamo bisogno di auguri. Tanti.
Io ve li lascio qua. In duplice versione video.
I disegnini li ho fatti io; la canzone di sottofondo èJingle Bell Rock, arcinoto brano natalizio di Joe Beal e Jim Boothe, inciso nel 1957 da Bobby Helms.
Lo so che la maggior parte di voi preferisce vedere disegnini animati e ascoltare musichette e canzoncine, piuttosto che leggere…
Una mia ipersintetica versione del canto natalizio di origine austriaca Stille nacht, heilige nacht (Joseph Mohr, testo, risalente al 1816, Franz Xaver Gruber, musica del 1818). Ma il brano è più diffusamente conosciuto nel mondo come Silent Night, mentre in Italia è diventato Astro del Ciel e nei paesi di lingua spagnolaNoche de Paz, Noche de Amor.
Va be’, tante belle cose a tutti e ad ognuno e più pace e più giustizia in ogni luogo!
Un brano dei Tproject montato in un video con qualche parola e qualche disegno che ho fatto io su loro gentile richiesta.
Ho conosciuto e imparato ad apprezzare quest’estate i Tp e il loro progetto di musica elettronica e percussiva innervata di passione, impegno civile e ricerca etnomusicale.
I Tproject sono tre artisti uniti da un’idea di musica intesa come laboratorio di creatività e sperimentazione e, in questa tornata, hanno voluto coinvolgermi chiamandomi a partecipare al loro “masadacrea“, il loro “tavolo di creazioni”. Senza troppo esitare, ho risposto volentieri all’invito di prestare qualche mio disegno e qualche mio pensiero per questo brano basato su un canto masai dedicato a una causa sacrosanta: il rispetto per le donne. Così ho condiviso con il gruppo una serie di immagini e parole, e loro le hanno tagliate e montate liberamente per realizzare questo video che, non a caso, viene pubblicato in prossimità del 25 Novembre, la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1999.
Di seguito il testo completo che avevo proposto per il montaggio:
Per tutte le donne e per tutta l’umanità che rispetta la vita e il mondo che la ospita, la pervade e le gira intorno.
Per chiunque abbia dentro e metta fuori di sé i suoi migliori istinti di generare, preservare e prendersi cura delle generazioni future.
Per tutti coloro che rispettando le altre e gli altri rispettano se stessi.
Gli istinti esistono, ed anche i desideri e la volontà di imporsi sugli altri. Ma esiste anche l’educazione, il rispetto e la richiesta dell’altrui consenso. Non trattare gli altri come non vorresti mai che gli altri trattino te. Lo dice pure il saggio cinese che solo quando una zanzara si posa sui tuoi testicoli ti rendi conto che non tutto si può risolvere con la violenza.
Aggiungo a chiosa di questi brevi pensieri (tanto per non definirli pensierini 🤭) che, in ogni campo, la violenza è la più estrema tra le forme di debolezza umana.
Bellissima serata in memoria di due musicisti frattesi di prim’ordine: Gaetano Capasso e Pasquale Del Prete.
Stasera, sul palco del Teatro De Rosa di Frattamaggiore (Napoli, Italia del Sud), si è esibito il quartetto di Daniele Scannapieco con Michele Di Martino al piano, Tommaso Scannapieco al contrabbasso e Luigi Del Prete alla batteria.
Nella seconda parte della serata, al quartetto si è unito il bravo e creativo cantante grumese e internazionale Walter Ricci. Molto intense e raffinate le interpretazioni di Tea for two, Bud Powell, Fly me to the moon, Pennies from heaven e Guarda che luna.
Perfetto l’interplay tra i cinque musicisti che hanno dato la splendida impressione di divertirsi suonando; e il divertimento e la gioia di suonare si sono trasmessi anche al pubblico (cosa per niente ovvia nelle esibizioni di musica jazz, dove, il più delle volte, quando i musicisti si divertono, l’uditorio si annoia).
Daniele Scannapieco è stato allievo di Gaetano Capasso e oggi insegna sassofono al conservatorio di Salerno, nelle stesse stanze in cui aveva insegnato clarinetto il maestro frattese. Luigi Del Prete è, invece, il figlio di Pasquale e da lui ha appreso i primi rudimenti delle percussioni e della batteria. Ora è un musicista sensibile, capace di stare sempre nel ritmo e di trascinare il fluire della musica. Sono ormai almeno quindici anni che lo seguo e lo vedo crescere con gusto e piacere.
Le ance e la batteria sono strumenti ricorrenti nella storia recente della musica frattese. Faccio solo qualche nome da affiancare al clarinettista Gaetano Capasso e al batterista Pasquale Del Prete, certo di dimenticarne altri: i fratelli Munari, Franco Del Prete, Franco Schiavitelli e il maestro Antonio Volpicelli con cui ho avuto l’onore di condividere il palco insieme con il figlio Francesco (anche lui clarinettista, oltre che sassofonista) e con il chitarrista Francesco ‘Perzico’ Di Giuseppe.
La musica ha il potere di farmi fare pace con Frattamaggiore, la città in cui sono nato, vivo e mi incazzo un giorno sì e l’altro pure.
Oggi Franco Del Prete avrebbe compiuto 79 anni. Franco era un Mahatma, una grande anima, una persona “sentipensante“, oltre che un valido batterista e un paroliere sensibile e innovativo. Non si poteva non ammirarlo e volergli bene.
Due anni fa, poco dopo la sua morte, i Tproject gli dedicarono questa suite, una suggestiva raccolta di movimenti musicali in sospeso tra la musica elettronica e la musica etnica. Molto opportunamente Pasquale Marchese (batteria e percussioni), Gino Frattasio (basso e programmazione) e Ciro Bianco (ingegnere del suono) hanno intitolato Alma Suite questo video musicale in quattro movimenti dedicato al Mahatma di Napoli Nord.
Quest’estate, di ritorno dalle vacanze, mi sono imbattuto in Jazz Mantana, la composizione dei Tproject di cui ho già parlato su queste pagine: un brano di jazz rock con tinte etniche dedicato al quartiere dove sono nato e vivo.
Ora i Tproject hanno presentato due nuove produzioni e io, nel frattempo, chiacchierando con loro, ho imparato a conoscerli e ad apprezzarli.
Tproject è una declinazione del gruppo Masadecrea, un insieme di artisti che lavorano a distanza, ma uniti da un’idea di musica intesa come laboratorio di creatività e sperimentazione (non a caso, masadecrea è una parola albanese che significa “tavolo di creazioni”). Perni del progetto sono Gino Frattasio (bassista, compositore ed esperto di programmazione, vissuto tra Arzano e S.Giovanni Vardarno e ora trasferito a Bologna), Pasquale Marchese (batterista, percussionista e compositore frattese) e Ciro Bianco (ingegnere del suono, che vive tra la Campania e le Baleari); ma il progetto si apre spesso e volentieri a collaborazioni con altri artisti, come il sassofonista Giovanni Sorvillo, i contrabbassisti Luca Varavallo ed Amedeo Ronga, il chitarrista Salvatore Acerbo, il percussionista Max Goglia, i batteristi Raffaele Natale, Paolo Scuto, Francesco Del Prete junior, Alex Perrone e Claide Magrini ed il chitarrista flamenco Santiago Lara.
La prima delle due nuove produzioni dei Tproject si intitola “The Prayer” e rappresenta una netta e chiara denuncia delle nefaste conseguenze delle guerre, di tutte le guerre.
Il brano si apre con una melodia intimista e raccolta accompagnata da piatti e suoni di campane. Poi, dopo circa un minuto e mezzo, comincia una sequenza serrata di suoni elettronici e un accompagnamento di batteria che rendono la tensione emotiva dei conflitti. Intorno al terzo minuto, il suono delle campane riportano la musica al tono raccolto della preghiera, forse anche alla speranza di una vita senza guerra.
“Je vulesse truvà pace; ma na pace senza morte”, per dirla con le parole di Eduardo.
È evidente che per i Tproject la musica è anche un mezzo per intervenire nella realtà con un punto di vista personale e sensibile ed una personale vena di laico misticismo che risalta, fin dal titolo, anche nel secondo brano che presento qui: “The road to holiness” (La strada per la santità).
Il brano, che si avvale anche della collaborazione di Luca Varavallo al contrabbasso, è un crescendo di strazio, una colonna sonora del dolore dei popoli delle migrazioni e delle guerre. Si apre con lancinanti sequenze elettroniche accompagnate da un rullante che sembra dare movimento alla marcia di diseredati che vediamo rappresentati anche nelle foto del video. Poi la marcia si interrompe e, dopo qualche battuta di sole tastiere, il suono si fa via via più pieno con l’accompagnamento della batteria, delle percussioni e del contrabbasso. Sono note struggenti, urla e lamenti che accompagnano il cammino verso una libertà di popoli che molte volte cercano la pace e trovano solo la morte.
Sembra ancora lungo il cammino e a volte si ha l’impressione di andare avanti tornando indietro.